Bignamino per la ricorrenza.

in "East Köast."

In realtà l’inizio del polverone va fatto risalire a quarant’anni, un mese e due giorni fa, ossia al diciotto luglio millenovecentosessantotto, giorno nel quale la tensione tra i paesi del Patto e la Cecoslovacchia venne resa pubblica. Il motivo furono le sempre maggiori libertà interne che stavano per essere concesse dal governo di Praga alla popolazione; il mezzo, una lettera spedita ad Alexander Dubček dal partito comunista sovietico, tedesco-orientale, polacco, ungherese e bulgaro. Alla tv -intorno alle sette di sera- Dubček però sorride sornione e ribadisce le proprie posizioni, che non avrebbero ceduto neanche di un millimetro alle pressioni sovietiche (oltretutto anche Tito e Ceausescu, che sarebbero dovuti arrivare in città qualche giorno dopo, parevano appoggiare in pieno la sua linea di riforme. Dunque perché preoccuparsi tanto?) Poi tutte le forze nazionali ceche e slovacche si erano già da tempo schierate attorno all’ala progressista del partito, no? Ma anche questo non sarebbe bastato per calmare le acque.

Allora il 22 luglio del 1968 una telefonata tra Praga e Mosca prova a sbrogliare la delicata situazione che sta creandosi: per chiarire le rispettive posizioni ci sarà un vertice da qualche parte, è stabilito; forse a Košice (ridente cittadina), forse a Bratislava o forse proprio a Praga. Jugoslavia e Romania nel frattempo tentennano ancora; tace invece la Cina. Però continuano a spargersi voci riguardo un possibile spostamento di truppe sovietiche dalla Russia verso la Boemia. Il giorno dopo la telefonata dal Cremlino l’atmosfera a Praga è sempre più pesante: il 23 luglio si sente ancora di più la pressione russa in città attraverso le notizie fornite dalla libera tv di Pelikán: Mosca sta provando ad imporre ai dirigenti cecoslovacchi una costante presenza di truppe sovietiche nella regione di Šumava, piccolo paradiso al confine con la Ddr: l’accusa del Cremlino sarebbe ancora l’eccessivo lassismo cecoslovacco al limite occidentale, e le sempre maggiori libertà interne. In sostanza il comunicato russo dice: una provincia cecoslovacca a breve la occupiamo noi. Pare impossibile. E la risposta di Praga non può essere più chiara: “siamo capaci di badare a noi stessi per quanto riguarda la difesa delle nostre frontiere, ma grazie lo stesso per l’interesse.” La popolazione, e con essa i maggiori media, non tardano a leggere queste ingerenze come una lesione della autonomia nazionale sul territorio, e la sovranità stessa dello stato: troppo anche tra paesi interni al Patto, dunque alzano la voce. Ma la Russia se ne frega e non molla e il ventiquattro luglio gonfia ulteriormente il petto con spettacolari manovre militari che vanno dal Baltico alla Crimea. Armi sovietiche vengono scoperte a Praga dalle parti del Castello: nessuno sa come siano arrivate lì.

Le manovre militari sovietiche sfiorano i confini della Polonia, della Ungheria, della Romania e della Bulgaria; Praga deve bloccare subito le spinte riformatrici iniziate, è l’ordine, però l’effetto che si viene a ottenere è contrario e già il giorno dopo scrittori e giornalisti cecoslovacchi iniziano a lavorare su caricature e articoli satirici che hanno come vittima addirittura Brežnev: non era mai successo in precedenza che la stampa di un paese socialista attaccasse leader socialisti di paesi esteri. Oltre alle manovre militari di terra, il 24 luglio 1968 si alzano in volo anche i primi aerei sovietici lungo i confini che dividono la Russia dai paesi satelliti. Il Cremlino continua a minacciare il nuovo corso cecoslovacco e chiunque voglia appoggiarlo. L’Ungheria, annusando l’aria e con il cielo zeppo di aerei russi, si fa ogni giorno più ostile con Praga e con i suoi rappresentanti. I russi continuano ad avvicinarsi. Millesettecento esponenti della intelligencija cecoslovacca, tra scrittori e altri artisti, ancora una volta si riuniscono per firmare un documento rivolto ai politici nazionali, un appello che appare sul giornale Literárni Listy: “compagni -viene scritto- è oggi vostro preciso compito persuadere i comunisti sovietici che la democratizzazione debba essere compiuta.” La Russia reagisce impedendo ai propri cittadini addirittura i viaggi turistici in Cecoslovacchia: una marea di anziane coppie gira l’auto e torna verso Mosca, abbandonando l’idea di quelle ferie tanto sognate alle terme di Brno. La Pravda -organo di stampa moscovita- si prende la briga di spiegare ai sovietici come i cecoslovacchi stiano provando a restaurare un sistema borghese a discapito del socialismo; i tedeschi dell’Est vengono visti dai russi come i migliori alleati di Praga, dunque pure loro con sospetto. Non si va più in vacanza neanche in Ddr.

Il 28 luglio del 1968 la Neues Deutschland di Berlino Est a tutta risposta dichiara che la controrivoluzione in Cecoslovacchia è in pieno corso e c’è poco da fare: negare l’evidenza sarebbe da scemi, cari compagni. L’atteso incontro tra Dubček e Brežnev avviene il ventinove luglio 1968 a Černa nad Tisou, un villaggio famoso per l’enorme niente dentro al quale è stato costruito: come ti giri ci sono alberi e sassi e signore sulla porta che parlano male di te. I russi appena giunti a Černa nad Tisou accusano i cecoslovacchi di avere scioccamente reso pubblico il luogo e l’ora dell’incontro. La replica dei dirigenti di Praga è far notare ai russi che si sono presentati al rendez-vous con seimila soldati al seguito. Una delle tecniche del Cremilino -che intanto non ha smesso con le manovre militari sui confini- è tentare di isolare i cechi dagli slovacchi, la cui classe politica da sempre si è dimostrata più conservatrice e filosovietica (tutti i lettori di Slipperypond sanno che Bratislava è più slava di Praga, e più simile a Mosca sotto numerosi punti di vista.) Tuttavia, come prevedibile, dopo un giorno di scontri tra Dubček e Brežnev ancora niente è risolto. Un quotidiano di Belgrado distribuito anche a Praga scrive che “la pressione ricattatoria di una grande potenza su un piccolo paese si ripete ancora una volta, a distanza di trent’anni dall’ultimatum nazista ai danni della Cecoslovacchia.” Oggi si paragona la Georgia alla Finlandia e Putin a Stalin (Brzezinski sul Corriere); cambiano le mode. Per stemperare la tensione sul cielo sopra Černa nad Tisou iniziano a volteggiare i Mig -gli aerei di Top Gun- e i soldati russi, educatamente adesso saliti a quota diecimila, si fanno sempre più incazzosi. Dubček è costretto a trattare sotto assedio. La tv cecoslovacca filma una pausa del confronto; già circolano sui giornali le prime fotografie della tavolata, interminabile fila di facce tutte uguali che si studiano con sospetto, ognuno con la sua bottiglietta d’acqua davanti. Le notizie non sono buone ed a Praga si sta sempre peggio. Il vertice si conclude con un comunicato piuttosto distaccato che sancisce reciproca comprensione, ma che pure sottende il persistere di gigantesche distanze tra la potenziale nuova Cecoslovacchia e la visione sovietica (piuttosto vintage) del potere. Seguirà un secondo incontro a Bratislava, magari. Il successivo round ha inizio il 2 agosto 1968: quarant’anni e diciotto giorni fa. Ad aprire le danze stavolta alcune ottimistiche dichiarazioni di Černík: tutto andrà a finire per il verso giusto, vedrete. Invece nisba. L’arrivo di Tito a Praga il nove agosto 1968 viene festeggiato da una grande manifestazione che ha principalmente lo scopo di rimarcare la distanza boema dalla Russia di Brežnev. Erano anni che la capitale non bolliva in questo modo, racconta la signora Š. che ai tempi faceva la cuoca e conosce pure qualche parola di russo. E comunque, nella conferenza stampa del dieci agosto Tito evita accuratamente domande su una possibile futura invasione sovietica. Circa la faccenda di Bratislava invece si limita a dire che, anche con diversi mezzi, tutti abbiamo il fine unico di “sostenere il socialismo ai danni dell’imperialismo, e mai dovrà essere sovvertito il potere socialista.” Solo alla fine del sermone, e quasi a bassa voce, vengono usate parole più marcatamente d’appoggio nei confronti di Praga e della linea Dubček: “i vostri orientamenti -dice Tito- corrispondono in tutto e per tutto alla necessità di democratizzare i sistemi socialisti, perciò penso che quello che sta accadendo qui sia positivo per una ulteriore evoluzione del socialismo anche nel mondo.” Ma l’aria di crisi tra Praga e Mosca non passa e i volti restano tirati; iniziano a crearsi tensioni persino con i tedeschi dell’Est a causa della faccenda dei confini cecoslovacchi con la Germania Ovest, sempre meno controllati. Il boss della Ddr Ulbricht arriva a Praga convinto di risolvere tutto in poco tempo, eppure anche lui resta impantanato nell’“appiccicoso fango boemo” (ipse dixit.) Unico accenno alle tensioni dei cecoslovacchi con la Russia, una frase che lascia trasparire comprensione ma anche notevole menefreghismo: qualcosa tipo “avete ragione voi, ma vedetevela da soli.” Una settimana dopo a Praga fanno capolino i primi carri armati russi. Il centro della città viene occupato: da oggi a venerdì tutte le tv non parleranno d’altro, o meglio di questo e della Georgia. Dunque anche noi ci mettiamo in fila.

Allora si riunisce in assemblea straordinaria il vertice del PCC. Il luogo prescelto è una fabbrica appena fuori città, la fabbrica di Vysočany. Gli operai si occupano di organizzare ogni aspetto della cosa (ai tempi ancora gli operai erano progressisti.) In centro iniziano a manifestare gli studenti. Si sente qualche sparo in piazza Venceslao, che è una piazza molto significativa ma non la più bella di Praga, e forse qualcuno viene ucciso però poco importa. Nessuno dovrà pensare ad una possibile fine del socialismo in zona: sarebbe l’inferno che scende in terra. A Vysočany oggi si arriva attraverso una grossa arteria che collega Praga con la periferia (credo) ovest. Molte strade una sopra l’altra, e giganteschi cartelloni pubblicitari. Non ci sono targhe che ricordino l’accaduto, così come alla tv ceca in questi giorni parlano molto meno dell’anniversario dell’invasione rispetto che qui. Nel libro di Pelikán, il testo che descrive quelle ore con meticolosità, viene riportato anche il comunicato conclusivo del congresso straordinario; frasi che stranamente ancora oggi suonano piuttosto attuale: “Il comandante delle forze d’occupazione russe della città di Praga e della Boemia centrale, il luogotenente generale Veličko, ha decretato il coprifuoco -ad eccezione dei casi urgenti- dalle ore ventidue alle cinque del mattino. Occorre dunque andarsene in modo organizzato…” o sperare che siano i russi a mollare la presa.

(Se siete arrivati fino a qui, un consiglio: per fare bella figura in questi giorni portate sotto l’ombrellone L’Europa Orientale dal 1945 al 1970 di Fowkes, che costa pure poco, il Congresso alla macchia di Pelikàn, e l’ultimo di Bettiza, la Primavera di Praga. Quella accanto col sudoku si sentirà molto, molto scema.)


  1. Non capita spesso di vedere in giro per una città individui vestiti da Hitler con cartelli misteriosi tra le mani ad urlare frasi in quella durissima forma di tedesco che è il tedesco parlato da un ceco: oggi però è successo a Praga, e intriga più che altro la scelta dell’abito da festa, visto che in qualche modo si manifestava per la pace nell’anniversario dell’invasione sovietica e non tedesca (ma i tedeschi, poveretti, sono capri espiatori oramai per quasi tutto.)
    Sinistro inoltre il particolare che rimanda all’attualità: gli USA installeranno proprio in Repubblica Ceca alcuni radar dal nome assai simile a quello d’una console Sony -gli Xbr- capaci di intercettare potenziali pericoli russi, anche se la versione ufficiale dice: iraniani o di Al Qaeda. E comunque, mai come durante queste celebrazioni l’intera zona si è ritrovata ai ferri corti con la Russia, visto che pure la Polonia ha ceduto allo scudo spaziale.
    Quindi, due parole sulle celebrazioni dei quarant’anni dalla Primavera: per giorni e giorni il silenzio più cupo alla tv, quindi un documentario di dieci ore filate sul primo canale, intervallato solo da un tiggì per fornire il dato che -se interpellati- solo una microscopica parte dei ragazzi in città ha saputo dire qual’era il motivo di tutti quei fiori e candele sotto la faccia di bronzo di Jan Palach, impassibile per tutto questo tempo.

    di G.

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