Noi quelli di allora, non siamo più gli stessi.

Teenage riot in a public station,
Gonna fight and tear it up in a hypernation for you.
Sonic Youth, Teenage Riot, 1988.
I lettori più hip di questa testata – ma i nostri lettori sono tutti degli hipsters per il fatto stesso di saper apprezzare le finezze delle nostre sagaci penne – sapranno bene che ormai dilaga inarrestabile tra i gruppi rocknroll la moda di andarsene in giro per il mondo a proporre set basati sull’esecuzione di un unico album della propria discografia.
E così la Redazione di Slipperypond ha mandato senza por tempo in mezzo un paio dei suoi figli più brillanti (il Corrispondente dal Contado e il Puntiglioso Redattore) a Ferrara, per vedere il concerto del nuovo gruppo di cui tutti parlano: i Sonic Youth.
Lo so, è sempre antipatico attaccare la solfa che i Sonic Youth sono ormai i Sonic Middle-Age. O nella migliore delle ipotesi, i Sonic Young At Heart. Mi ero ripromesso alla vigilia di non tirare fuori l’argomento, essendo il dettaglio anagrafico un fatto scontato se si considera la natura dell’evento qui recensito: la (doverosissima) celebrazione dell’album Daydream Nation, anno di pubblicazione 1988. Tuttavia vedrete che non riuscirò ad arrivare alla fine dell’articolo senza fare della facile e scadente ironia sulla questione.
Anzi, l’ho già fatto.
Anzi, non farò praticamente altro.
Per sgombrare il campo da equivoci, dirò innanzitutto che la parte della serata in cui il quartetto si è cimentato con La Nazione del Sogno ad Occhi Aperti è stata una gran goduria per i fan di breve e lungo corso. A onor del vero, i quattro si misurano con i se stessi di 19 anni fa e reggono il confronto, dimostrando di riuscire ancora a roccheggiare sfrontatamente. I ragazzi (scusate, è più forte di me) si lanciano scapicollando da Teenage Riot a Hyperstation senza dar segni di fiatone – con il fiatone arrivano invece, a concerto appena iniziato, i due inviati, reduci da un viaggio snervante attraverso un traffico indecoroso. Sudati ma felici, i Vostri si godono sorridenti ed elettrizzati la performance, tra lo schitarrare indomito di Lee Ranaldo, l’incalzante ritmica del buon Steve Shelley, l’adorabile imperizia tecnica di Kim Gordon, i riff turbolenti dello spilungone Thurston Moore. Tanto più che canzone dopo canzone il palco si fa più vicino, complici i molteplici svenimenti tra gli spettatori (alla fine sarà un’ecatombe). Eliminator Jr., ignorante e maleducata come ai bei tempi, chiude un concerto che gli esperti, ricorrendo alla collaudata Scala di Orlandsson, definirebbero coi controcazzi.
Sennonché i newyorchesi tornano sul palco per i bis. Subito si nota che ai nostri si è unito un corpulento capellone che imbraccia un basso bianco, e ha tutta l’aria (e il sorriso beffardo) di Mark Ibold dei Pavement. È davvero lui: gioisco in cuor mio per il concentrarsi a pochi metri da me di alcuni dei miei principali idoli adolescenziali. Logicamente, a questo punto, Kim Gordon resta senza basso. Assai meno logicamente, la Gordon ne approfitta per mettersi a ballare goffamente in giro per il palco.
Ed è qui che il Tempo ci raggiunge spietato, e fa coriandoli della nostra maschera.
Kim Gordon, classe 1953, piroetta come una derviscia sotto anestesia lombare, muovendo solo spalle e ginocchia, accompagnata dallo spento repertorio di recente composizione. La mia adorata Kim, feticcio erotico sfiorito, da icona rock diventa in pochi secondi una reginetta dello shake da film con Peppino Di Capri. Impugna il microfono e si mette in posa come una ragazzina davanti allo specchio. Alcuni passi in particolare (la piroetta infinita e una specie di balletto che ricorda l’evergreen “ti-vedo-non-ti-vedo” tipo Uma Thurman) sono fatali ai Vostri inviati che vengono colti da una crisi di riso incontenibile. Tragicamente il nostro divertimento non è condiviso dai più, che imperterriti continuano ad annuire e a dondolarsi ritmicamente. Ma la mia Kim mi ricorda troppo la vecchina del saggio sull’umorismo di Pirandello, e presto il riso mi si stringe in un groppo in gola.
E allora mi fa tenerezza anche Lee Ranaldo, che esprime il suo apprezzamento per il “Frisanti Wine” (vino frizzante ndr), proprio come un 50enne del Michigan qualunque, di quelli che hai visto mille volte sedersi comodi comodi per farsi spennare in qualche ristorantino del centro insieme a tutta la famiglia.
Fa tenerezza persino l’incrollabile Thurston Moore, che tiene botta come rockstar finché imbraccia la sua Jaguar ma alla fine si tradisce urlando frasi da quattordicenne: da “You guys ruuuuuuuule” a “Check you later”. Nulla di male, ma lui è un uomo fatto, è del ’58, ed è un po’ come se il mio caro zio suo coetaneo finito il turno al lavoro salutasse tutti i colleghi con un bel “Raga cioè spaccate veramente, cisi doma pome”.
Steve Shelley devo dire no, non ti fa tenerezza, ma lui non ha mai suscitato sentimenti particolari in nessuno, ed ha l’aria (e la camicia) di chi domattina presto deve andare a lavorare al catasto.
Anche la giustapposizione del loro album capolavoro con il loro repertorio più recente, e più fiacco, suona crudele: se qualcuno li avesse costretti a far seguire What a Waste a Hey Joni, l’avrei ritenuta un’inutile cattiveria. Rimango perplesso, con un senso misto di appagamento e disillusione, come chi avesse rivisto il gol di Tardelli alla Germania, ma subito dopo avesse visto correre indemoniato il Tardelli imbolsito di oggi. Vi assicuro che uno ci resta male. Un inquietante corto circuito temporale: i Sonic Youth di ieri ci sono ancora, e non ci sono più.
Mentre Thurston Moore finisce di ricordarci che siamo i più fichi della scuola ce ne andiamo, pensando melanconici che è tutto finito. Lo sapevamo, certo, ma Kim Gordon che fa la ragazzina invecchiata è un’epifania che ammutolisce.
Come in un brutto film di un cattivo regista in vena di metafore, anche la cameriera del bar dove ci sediamo ci ripete ossessivamente quella stessa frase. Il crudo è finito, la Beck’s è finita, la granita al limone è finita. Mi dispiace, è tutto finito.

Qualche anno fa sono andato a Roma per vedere Simon and Garfunkel nuovamente assieme per merito dei soldi, e nella capitale per merito del sindaco Veltroni, che è un collega e salutiamo.
di Gab. il 8 Luglio 2007 alle 19:55In effetti le sensazioni sono state contrastanti. Se da un lato c’era la gioia per poter assistere dal vivo al concerto di due colonne della musica del novecento (e non esagero) dall’altra era innegabile l’amara consapevolezza che si trattava di colonne non proprio nuovissime e un pelo schricchiolanti.
Non aiutava certo la presenza -come gruppo spalla- degli Everly Brothers, somiglianti ai vari Kennedy (e coetanei di JFK) in una maniera strabiliante.
Abbasso i giovani, poco da fare.
Non amo quando mi si ricorda l’esistenza di the dreamers.
di L'Illuminato del Quartiere il 8 Luglio 2007 alle 22:24Solo perché anche noi facciamo il bagno nudi assieme.
di Herr Diretkor Fetish King. il 8 Luglio 2007 alle 22:45(e la rivoluzione)
di L'Illuminato del Quartiere il 8 Luglio 2007 alle 23:03Esatto. Facciamo la rivoluzione nudi insieme.
di Il Corrispondente dal Contado il 8 Luglio 2007 alle 23:18Questo commento non riguarda i Sonic Youth ma (temo) in esteso tutti noi che scriviamo di musica con una certa frequenza e passione. Ecco stralci dell’ultimo post sul blog di Assante, penna di prestigio della Repubblica.
di Gab. il 9 Luglio 2007 alle 18:18Giuro che è tutto vero: Ernesto in vacanza si comporta così.
—
Live Earth mi ha permesso di fare un viaggio nel futuro. Viaggio che è iniziato alle 8.15 del mattino del 7 luglio, quando ero ancora in casa e ho acceso il computer collegandomi al sito di Msn per seguire l’evento. Era già inziato da qualche tempo il concerto di Sidney. Il collegamento era fluido, l’audio perfetto, il video di buonissima qualità. Ho seguito il concerto per un po’, poi sono uscito. Sono salito in macchina con la famiglia, computer portatile acceso (?????) scheda mobile di Vodafone operativa. Ho continuato a seguire il concerto in automobile (?????) Il segnale in città era molto buono, la linea non è mai caduta, vedevo e sentivo senza difficoltà quello che accadeva a Sidney e Tokio in diretta. Sull’autostrada Roma Civitavecchia le cose sono andate leggermente peggio (pure in autostrada, Assante???) perchè l’umts non prendeva ovunque e quando la scheda passava al gprs le pagine si caricavano ma il video no (un maniaco.)
Verso le 13 sono arrivato a Grosseto. Una volta fermo il collegamento è proseguito senza alcuna difficoltà.
Dalle 14 ero in spiaggia e ho seguito buona parte del concerto sotto l’ombrellone (un pazzo. Signora Assante cosa aspetta a mollarlo?) Nel pomeriggio nuovamente in auto (arridaje.) Sulle colline della Maremma nessuna possibilità di mantenere un collegamento umts, quindi mi sono affidato alla radio (aiuto. Aiuto.) Rds seguiva il concerto in diretta e il risultato era più che soddisfacente. Quando sono arrivato a Capalbio l’albergo non aveva collegamento wi-fi, l’umts non funzionava ma nel frattempo era iniziata la “diretta” di Mtv e di La7 sul digitale terrestre (ah, bene.)
La seconda era in ritardo ma priva di interruzioni dei conduttori, un flusso di immagini decise da una regia centrale a Londra.
[...]
Fate i cardiologi o i gioiellieri. Ma non i giornalisti musicali.
Noto con piacere che Assante condivide lo stesso collegamento del Direttore, sarà un segno.
Aggiungo solo che uno dei momenti più belli è stata la performace degli Spinal Tap, che hanno chiamato sul palco 20 bassisti (tra cui James Hetfield, Kirk Hammett e Rob Trujillo dei Metallica, il bassista di Madonna, dei Beastie Boys, dei Genesis). Come si fa a non adorarli?
di Il Puntiglioso Redattore il 9 Luglio 2007 alle 18:45Mi sono ahimè perso, ma rimedierò al più presto grazie al fido Youtube, la performance in Antartide dei Nunatak, la house band della stazione di ricerca britannica di Rothera (Rothera point, Isola di Adelaide). Pare ci fosse la folla delle grandi occasioni (17 persone, l’intera popolazione della base).
Altro che sole della Maremma.
Ho adorato i sonic Youth. Quando avevo 16-17 anni erano i primi nella mia top ten personale. Ho penato giorni ingobbito sulla mia chitarrina a cercare di tirarvi fuori suoni simili a quelli di capolavori come Evol o Sister. Ho comprato una Jazzmaster (e non una jaguar..) perchè volevo imitare Thurston Moore (a dir la verità forse più Kevin Shields, ma questa è un’altra storia…) Ho resistito e ho continuato a comprare i loro album fino a “a thousand leaves” (1998), tutti quelli prima ce li avevo. Ho comprato pure quella puttanata radical-chic di “Goodbye 20th Century” (2000), accozzaglia di cigolii, barriti di sottofondo, scricchiolii e scoreggine assortite che potevano esaltare solo un qualche 50enne always young che scrive in una qualche bolsa rivista musicale italiana (e che comunque il disco non l’aveva manco ascoltato). Ma poi basta. Mi son rotto i coglioni di farmi prendere per il culo così da questi quattro tizi che si vestono in sneakers da teen-agers nonostante la loro età rientri nello scalone pensionistico di Maroni. I loro dischi non li ho più presi, nonostante l’inserimento di qualche panzone (effettivamente altrove genialoide) alla quarantaduesima chitarra. Molto bello questo post , molto spiritoso e soprattutto mi ha ricordato l’esistenza di quattro newyorkesi che prima mi sembravano dei in terra e che ora mi sembrano emorroidi in…
di herbert beiderbecke il 10 Luglio 2007 alle 14:38ciao e complmenti per il blog.
Grazie per i complimenti Herbert, anche io ho smesso di comprare i loro dischi. L’ultimo è stato Washing Machine, che ancora mi piace. A Thousand Leaves lo regalai per il compleanno al nostro povero Notizie dal Mongo - poi fu come scoprire di aver regalato un panettone scaduto.
di Il Corrispondente dal Contado il 10 Luglio 2007 alle 16:37E sì, chiedo venia, in realtà Thurston Moore suona praticamente sempre delle Jazzmaster, è Lee Ranaldo quello delle Jaguar. My mistake.