Paninari: una storia italiana.
in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond., Sala Lettura."
Il post dell’Illuminato del Quartiere (che non finirò mai di ringraziare per il cruciale rinvenimento degli epocali jpeg) mi ispira alcune riflessioni che riconosco di nessun interesse per voi e che tuttavia sono ostinatamente deciso a propinarvi comunque.
Per un certo periodo della mia vita c’è stato qualcosa di irrisolto tra me e i Paninari, da quando ancora moccioso assistevo stupito al dissanguamento economico delle famiglie dei miei compagni di classe, affannati nella rincorsa di un sogno anni ’80 incarnato dalle felpe Best Company.
Oggi, arrivato sano e salvo ai 29 senza aver mai posseduto una cintura El Charro, mi interrogo sui Paninari serenamente, e ciò di cui non mi faccio una ragione è come una sottocultura giovanile possa essere stata tanto atipica e al tempo stesso tanto insulsa.
Non ho memoria di un’altra sottocultura giovanile che non abbia prodotto assolutamente nulla dal punto di vista artistico. Non esiste musica Paninara (se non nell’accezione di musica ascoltata dal Panozzo). Non esistono letteratura, pittura, scultura Paninare. Persino la moda dei Paninari non era in realtà nulla di originale, ma solo un mero accumulo di vestiti (e accessori) di marca. Non esiste un cinema paninaro. [Lasciamo fare il Paninaro di Enzo Braschi, che anche a voler essere generosi è comunque solo una caricatura. E lasciamo fare anche il film (e libro) Sposerò Simon Le Bon, che anche a voler essere generosi è una cazzata. Tuttavia a voler essere generosissimi questa una storiella adolescenziale qualunque è quanto di più vicino si ricordi a un prodotto artistico in stile Paninaro]. Non esiste nemmeno uno sport in cui i Panozzi abbiano fatto il culo a tutti, o anche solo a qualcuno.
Eppure per certi versi i Paninari sono stati unici.
I Panozzi sono stati il primo e unico caso di gruppo giovanile acceso non da uno spirito di protesta o ribellione (con o senza una causa), ma al contrario da un’irrefrenabile spinta a esasperare certe caratteristiche addirittura fondanti dello status quo. Ventenni nella Milano da bere del Berlusca, i Paninari sono ipermaterialisti in una società materialista, ipersuperficiali in un decennio riconosciuto come superficiale. Il loro è un movimento tutto rivolto al presente, che vive in nome di un edonismo puro e si preoccupa solo del qui ed ora, mentre qualunque altro movimento giovanile cui personalmente riesca a pensare in questo momento guarda (bene o male) al futuro. Banale dire degli idealismi politici del ’68, e delle sgargianti utopie a fiorelloni degli hippie. Persino i punk, nichilisti in trappola nel vicolo cieco dell’Inghilterra thatcheriana, alludono al futuro nel loro slogan più rappresentativo, il nostro adorato no future (ovvero, non comprate in Borsa contratti a termine standardizzati). Il Paninaro no, il Paninaro non ci pensa perché non ci vuole pensare, non gli serve pensarci. Per il Panozzo esiste solo il presente anche perché, dettaglio fondamentale, il Panozzo si ritiene il padrone del presente.
Contento del mondo così com’è, il Paninaro ha con la generazione precedente un rapporto assai meno conflittuale rispetto al giovane iscritto al registro di una qualunque altra sottocultura. Il sapiens è troppo scarso, ma tutto sommato inoffensivo, e in più dispensa i soldi per comprarsi la Zundapp, il Moncler, le Timberland. Al contrario, è proprio con i suoi coetanei che il Paninaro vive il contrasto più aspro: in fin dei conti, tutti gli altri gruppi giovanili contestano ciò in cui il Panozzo sguazza contento.
Il Panozzo prende a bandiera tutto quello che le altre sottoculture rifiutano violentemente, e con cui devono infine fare i conti con imbarazzo. Il Gallo di Dio non ha sensi di colpa, se la gode alla leggera, consacra l’esistenza al materiale e al superficiale, e non si fa problemi per esempio ad ammettere il ruolo fondamentale dell’indumento come ratifica di un’appartenenza a un gruppo. Di più, è sfrontato a tal punto da attribuire questo ruolo in maniera esclusiva a una precisa marca. Questo perché se l’elitarismo di altre sottoculture si legava di più all’attitudine, con i paninari il discrimine è il censo, e nella sua espressione più elementare, ovvero lo status symbol.
Ed infatti quello dei Paninari è il primo movimento di massa di giovani ricchi. Ricchi e violenti. Con un culto del territorio da cui escludere i “nemici” – caratteristica che ricorda la malavita, le bestie, o la Lega Nord.
Tutti i gruppi giovanili, è noto, tendono in certa misura all’autoesclusione dalla società (per forza, è la società dei matusa). Per qualcuno è un modo per rifiutare certi valori e creare un mondo parallelo in cui vivere secondo altri princìpi (gli hippie); in altri casi si tratta semplicemente dell’esasperazione polemica dell’esclusione di cui ci si sente vittima proprio malgrado (cfr. “I’m worst at what I do best and for this gift I feel blessed”). O al limite si cerca una dialettica coi matusa (cfr. “Non ci potete giudicar per i capelli che portiam”).
Quello dei Paninari invece è un movimento esasperatamente esclusivo verso terzi, punto e basta: noi ci stiamo dentro, e tu non puoi entrare. A meno che tu non abbia le Timberland: il senso di elitarismo che è presente in tanti altri gruppi nel caso dei Paninari risulta più inespugnabile, perché come detto non è un fatto di idee o attitudine, ma è un fatto di soldi. Diventare un punk costa poco, basta crederci; diventare un Paninaro costa cifre esose. Il fatto più insolito, comunque, resta che quella dei Paninari è un’élite non esterna ma interna alla cultura dominante, della quale è anzi una versione hardcore.
Non a caso, il Paninaro non condivide nulla della spinta autodistruttiva che caratterizza la maggior parte delle altre sottoculture giovanili, almeno quelle che io ricordi. C’è anzi un vitalismo, un edonismo strafottente: quello che abbiamo ci piace, il nostro unico problema è come averne di più. Anche la presenza di un capo (il Gran Gallo dei Panozzi è una figura chiave, e il Lucido ne è un fulgido esempio) è caso raro: mai sentito di compagnie di punk o dark con un capo, per dire. E d’altra parte questo riflette la cifra storicamente individualista del capitalismo che è poi l’ideologia silenziosa su cui poggiano – forse senza rendersene conto, di certo senza curarsene – i Paninari.
Il Paninaro è diventato subito un fenomeno commerciale, perché non c’è stato bisogno di perdere tempo a commercializzarlo. Non c’era da renderlo vendibile, ma solo da venderlo, perché legava inscindibilmente la propria identità al mercato. Ed è forse appunto per questo che è finito così presto, invecchiato come la pubblicità della gommina Simmons mentre i Panozzi very original diventavano semplici Yuppies. La cosa meno divertente di tutte è che se fate due conti capite subito che a costituire il grosso della classe dirigente italiana del prossimo futuro saranno Panozzi più o meno pentiti.
Figli di un’Italia del Dopoguerra lanciata all’inseguimento cieco e disperato dell’America e ormai vicina al traguardo, i Paninari si vogliono distinguere dalla feccia degli italiani ancora rimasti con le pezze al culo e vogliono assomigliare a chi ha vinto la guerra e ci ha regalato la cioccolata e il Piano Marshall. E per via indiretta i Panozzi ereditano la dicotomia loser/winner che è l’incubo strisciante di ogni americano di qualunque fascia d’età. I Paninari si collocano naturalmente dalla parte dei vincenti, quando praticamente ogni movimento giovanile cui si possa pensare è nato in seno alla folta schiera dei losers – con uno spettro che oscilla tra gli outcast e gli underachievers.
La cosa veramente sinistra è che questo è l’unico movimento giovanile che non abbiamo importato da paesi anglosassoni. I Paninari li ha partoriti l’Italia.
Troppo scarso.

Sposerò Simon Le Bon - Confessioni di una sedicenne * Italia 1986, col., 97′) Carlo Cotti. Con Barbara Blanc, Federica Izzo, Luca Lionello, Gianmarco Tognazzi, Francesca Florio. - Alla Notizia che i Duran Duran canteranno al Festival di Sanremo, Clizia (Blanc), innamorata di Simon Le Bon, si fa portare in Liguria dal suo ragazzo: ma durante il viaggio si frattura una gamba e deve tornare a casa. Dall’omonimo romanzo di Clizia Gurrado, un fastidioso e fasullo sciocchezzaio interpretato da figli di attori, che sembra già appartenere - per fortuna - a un passato remotissimo.
di Paolo Mereghetti il 16 Luglio 2007 alle 21:01io quel tipo che si spaccia per “ex-paninaro” lo ricordo bene, e al liceo Benedetto Varchi di Montevarchi non era che uno sfiguz…addirittura partecipava al giornalino del liceo, cose da china.
di Lucido il 16 Luglio 2007 alle 21:09Italian Fast Food * (Italia 1986, col., 88′). Con Sergio Vastano, Enzo Braschi, Susanna Messaggio, Anna [Maria]Galiena, Carlo Pistarino, I Trettrè [Luigi Cogliandro, Edoardo Romano, Mirko Setaro], Antonello Fassari, Isaac George, Renato Cecchetto, Clara Colosimo, Annabella Schiavone. - Il fast-food Wendy fa da cornice alle disavventure di alcuni personaggi del Drive In televisivo: il paninaro (Braschi) che le prende dai punk, l’universitario (Vastano) che non dà esami ed aspira a diventare un manager, la cameriera (Messaggio) che sogna di fare l’attrice. Il fatto che alla fine tutti restino dei falliti è forse emblematico di un’epoca: le battute e i gerghi, comunque, oggi non fanno più ridere nessuno, e la confezione è di una pochezza deprimente. [...] Papà Steno e Lucio de Caro firmano il soggetto, come se ce ne fosse uno. [...]
di Paolo Mereghetti il 16 Luglio 2007 alle 21:12La memoria.
Quando il movimento paninaro toccò il suo zenit (1986-1987), avevo 8 anni.
Facevo la quarta elementare.
In classe mia (nota bene: eravamo BAMBINI) c’era un paninaro.
Si chiamava Federico e mi rispettava molto in quanto possedevo due felpe della Best Company che mia madre, assolutamente ignara dell’esistenza del paninaresimo (sic), mi aveva comprato.
Le Timberland costavano tipo duecentomilalire ed essendo ancora i tempi in cui ai bambini si compravano scarpe da poco perchè poco dopo avrebbero avuto un altro numero, anche Federico - pur dotato di jeans Uniform, calzini Burlington e cintura El Charro - ne era sprovvisto.
Una volta mia zia - che portava il 33 di piede, come me a 8 anni - era rimasta qualche giorno da noi, e tra le sue scarpe c’era un paio di Timberland. Me le feci prestare per andare a scuola e Federico si esaltò tantissimo, tanto che gridò - alzandomi il pantalone alla caviglia - “oh, ragazzi: Timberland!”.
La subcultura paninara era estremamente pervasiva, al punto di avere una rubrica fissa su Topolino (con il glossario panozzo), entrare di riflesso nelle pubblicità dei suoi stessi prodotti (la gommina Simmons ad esempio si pubblicizzava con un fumetto che aveva come protagonisti due panozzi a bordo di una zundapp) e convertire al suo culto anche i bambini come noi (perchè, si, mi sentii fico con quelle Timberland che tutti ammiravano). Come è stato possibile?
di L'Illuminato del Quartiere il 16 Luglio 2007 alle 22:06E’ difficile aggiungere qualcosa a quanto dice il Corrispondente dal Contado nel suo post, e in effetti la questione centrale è il fatto che la subcultura paninara fosse assolutamente mainstream (anzi un’estremizzazione del mainstream).
A questo si aggiungevano vari fattori:
- L’Italia viveva un momento di disimpegno dopo gli anni ‘60 e ‘70 (Agnelli stesso definì gli anni ‘80 italiani la “ricreazione”).
- L’accesso era semplice in quanto garantito dall’acquisto di determinati prodotti.
- Non c’era niente (niente!) da capire o da condividere.
- Aveva un gergo idiota e un simbolismo facilissimo che si prestavano a generare continui tormentoni.
- Era rassicurante. A differenza di QUALUNQUE altra cultura givoanile, non minacciava né metteva in discussione lo status quo dei “sapiens” ma anzi diceva: siamo degli imbecilli proprio come voi (ref. vignetta 2: il Lucido ha la Zundapp ma sua madre ha il Renegade!). Il ragazzo era contento perchè il paninaro era galloso, e l’adulto pure perchè era inoffensivo.
- Univa un divertito disprezzo per la cultura ufficiale (un po’ alla Gian Burrasca o alla Pinocchio) con una totale omologazione a valori consumistici imposti da fuori (cosa questa invece assolutamente NON alla Gian Burrasca o alla Pinocchio). In pratica quella paninara era la più facile delle ribellioni, tutta emotiva e per nulla ragionata: scartava infatti le cose pallose ma teneva quelle idiote.
- Creava un proprio sistema di valori e ridefiniva il “giusto” o lo “scarso” in base ad esso, senza porsi in alcun modo il problema di cosa c’era all’esterno: dava quindi molta sicurezza (”ho le Timbe dell’85 e tutto il resto dell’attrezzatura, nessuno può dire che io non sia un giusto”).
L’unica cosa che lascia perplessi è il fatto che pur permeata da un virulento razzismo anti-terrons, abbia attecchito bene ovunque (almeno, si hanno conferme di compagnie paninare a Bologna, Roma e Napoli; più giù non so), ma evidentemente l’appeal della Milano da bere (nella sua versione “per ragazzi”) era troppo forte.
La dice lunga sulla vacuità di questo movimento non solo il fatto che - come giustamente sottolinea il CdC - non abbia prodotto NULLA di proprio (anche la rivista era fatta da terzi, NON paninari, ma editori e redattori porno nella vita reale, che si limitavano a descrivere il movimento e dargli ossigeno) ma anche e soprattutto il fatto che oggi ci appaia ben più collocato in un passato remoto di hippy, dark, mods e quant’altro. Non c’è nessuna eco di paninaresimo, non c’è nessuna influenza. I panozzi esistono solo nei ricordi.
Di fatto il paninaro era una versione per certi versi debole e per altri versi radicale del “fighetto”: a differenza di quest’ultimo, che si limita a seguire la moda e quindi cambia con essa, il Paninaro seguiva solo determinate marche.
E le marche, si sa, passano di moda: tempo qualche anno le Timberland diventarono da babbi, la Zundapp tornò ad essere il catorcio che era, i Burlington roba da golfisti, il Moncler una sgargiante curiosità da museo, la cintura El Charro roba da Litfiba, e il Paninaro morì.
Illuminato, la tua analisi è perfetta, o quasi. Infatti, sembra che tu stia descrivendo la nascita e l’avvento di Forza Italia. Quindi è vero che il paninaresimo è finito, ma ha aperto la strada al berlusconesimo, o al briatoresimo. O forse non ha aperto un bel niente, era un segno esteriore di ciò che succedeva in profondità: era sovrastruttura!
di Antonello Da Messina il 16 Luglio 2007 alle 22:21Prodi è innegabilmente trooooppo scarso
di Lucido il 16 Luglio 2007 alle 23:13colgo l’occasione per segnalare questi due basusi qua
http://www.audiodock.com/silo/paninari.htm
di L'Illuminato del Quartiere il 16 Luglio 2007 alle 23:28e questo reperto da non sottovalutare (prego notare il commovente “strillo” in copertina)
http://www.bottomfioc.net/immagini/preppy02.gif
(preppy era la versione per sfitinzie de il paninaro, solo metà rivista a fumetti e il resto una specie di cioè panozzo)
di L'Illuminato del Quartiere il 16 Luglio 2007 alle 23:35questa è forse ancora più pregnante
http://www.nijirain.com/cart-paninaroz5.jpg
di L'Illuminato del Quartiere il 16 Luglio 2007 alle 23:39Piersilvio Berlusconi è troppo un gallo di dio.
http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/gente/berlusconi-palestra/esterne201255392010125631_big.jpg
di Lupo (quello con la Volvo) il 16 Luglio 2007 alle 23:45http://www.arcobaleno.net/personaggi/toro/PiersilvioBerlusconi2.jpg
Ginoni, alla larga da Slipperypond.
http://www.bottomfioc.net/spazzaturificio34.htm
“Non è esatto dire che il capello lungo dietro è sorpassato: al momento attuale stiamo vivendo una tale differenziazione, un tale atomizzarsi e condensarsi di stili e tendenze che risulta difficile trovare una linea comune. Chi si trova bello con il ciuffone posteriore lo serba, gli altri lo potano”.
di Il Corrispondente dal Contado il 16 Luglio 2007 alle 23:50Purtroppo torno solo adesso a casa, essendo stato trattenuto al Burghi troppo a lungo (una postilla: i fiorentini all’ascolto sappiano che il Direttore abita non lontano dalla ex paninoteca del ponte Veccchio, celebre per sue sfittinzie e le piattole sotto ai tavoli.) Fortunatamente non ho niente da aggiungere alla attenta analisi del Corrispondente e dei commentatori. Unica cosa che posso fare è attendere, come già ho scritto, il ritorno dei paninari sulla scena patria, se già non è avvenuto (come credo e come ci fa notare Antonello) solo con forme diverse e splendidamente adattate ai tempi.
di Il Feroce Direttore. il 17 Luglio 2007 alle 01:11Il revisionismo di Nanni Moretti portava a dire “vi meritate Alberto Sordi.”
Noi magari, vent’anni dopo, ci meritiamo Enzo Braschi.
Magnifico post del Corrispondente, supremo gallo di dio; solo una nota, i panozzi non hanno ereditato la ‘la dicotomia loser/winner’ se non su un piano puramente verbale, il sistema usa è infatti competitivo, il nostro si basa sulla spartizione e l’accordo sotto banco.
di VanoTecnico il 17 Luglio 2007 alle 09:55Infatti i panozzi hanno trionfato su tutta la linea, d’accordo con Antonello e il Direttore, da sottocultura giovanile a immaginario collettivo del paese.
Troppo giusti.
Sarebbe interessante se uno dei corrispondenti slipperypondiani scrivesse un articolo sull’interessante dicotomia LOSER/WINNER americana…
di giampiero il 17 Luglio 2007 alle 09:59Per dire, mi pare ci sia una notevole continuità tra le sfitinzie di preppy e le nostre odierne frangette
di VanoTecnico il 17 Luglio 2007 alle 10:25http://leonardo.blogspot.com/2007/07/vizi-italiani-1-pappagalli.html
di radio Radio-DeeJay
Il link sotto “piano Marshall” è semplicemente splendido.
di Valvolaro D.O.C.G. il 17 Luglio 2007 alle 14:38D’accordo sul legame profondo Panozzi/berlusconismo: il riferimento alla “Storia Italiana” nel titolo voleva proprio significare questo. Non credo che i Paninari abbiano aperto la strada a Berlusconi, ma certamente le due cose hanno un sostrato culturale/economico/geografico comune. Il Puntiglioso mi faceva notare in sede privata che la coincidenza dell’ascesa dei Paninari con quella delle TV Fininvest dovrebbe farci riflettere sul ruolo dei media nell’affermarsi del fenomeno Panozzo su scala nazionale. Un’idea interessante su di un aspetto che ho trascurato nella mia analisi e che spero il Puntiglioso voglia esporre quam primum.
di Il Corrispondente dal Contado il 17 Luglio 2007 alle 21:45Quanto alla dicotomia loser/winner, in effetti la mia rischia di essere una forzatura, dato che tale dicotomia può essere vista come una declinazione (più protestante che cattolica, in questo senso ha ragione il Vano Tecnico) della più generica opposizione ricchi/poveri. Ma l’adesione del Paninaro a questa visione delle cose non è solo verbale, mi pare più questione di forma mentale: i Paninari non solo di dicono vincenti, ma si pensano tali. In questo senso il fenomeno Panozzo, con i modi espliciti che ormai conosciamo, ha chiarito quale forma avessero assunto il classismo e l’elitarismo della borghesia arricchita nell’Italia degli anni ‘80. Forse è anche perché in quegli anni l’immagine del successo non era più tanto quella del commenda di 70 anni che ha lavorato duro e ha messo su la fabbrichetta. L’immagine stereotipica del nuovo ricco era quella del “manager” non meglio definito se non “rampante” e “giovane”, che vive veloce e guadagna veloce. Uno che scatta e va in porta mentre gli altri giochicchiano, un Maradona della finanza. Un vincente nel lavoro e, siccome lavoro=vita, un vincente nella vita.
Attendiamo allora ansiosamente un seguito - l’opposizione loser/winner mi sembra più l’effetto inevitabile di un sistema liberista spinto, dove almeno l’immagine idealizzata del Maradona della finanza ha un qualche radicamento.
di VanoTecnico il 17 Luglio 2007 alle 23:16Da noi i manager non ci sono , rampanti o meno, e non ci sono mai stati - ci sono famiglie, o cosche, che difendono gelosamente particolari interessi economici.
Il nostro Lucido vien su ben nutrito all’interno di una di questa famiglie, ha ereditato tutto quello che è e il suo status non è in discussione.
Questo poi non gli impedisce affatto di sentirsi comunque un vincente, per diritto acquisito, sia pur in senso puramente nominalistico, senza sviluppare il mostruoso cinismo del manager, o del self-made man statunitense.
Ragion per cui ci sta pure, aimè, parecchio più simpatico.
Naturalmente si tratta di un punto vista puramente personale, e magari fuori bersaglio.
alla fine - oh - leggetevi la storia: non sono che un benevolo coglione, anche se mollo sganassoni ferrati in stile rocky con annessa distruzione gengivale del terrone
di Lucido il 18 Luglio 2007 alle 02:45Ragazzi mi ricordo che oltre al da voi citato Il paninaro, esisteva un altro giornaletto italiano
di herbert beiderbecke il 20 Luglio 2007 alle 11:08paninaro al femminile, il nome non me lo ricordo, ma come sottotitolo aveva qualcosa come “il mensile per panozze megatoste”, ora farò ricerche in merito.
Secondo me il più grande carattere innovativo dei paninari era l’essere una corrente giovanile nata in Italia, di più: a Milano, e non importata dall’estero come era sempre accaduto fino ad allora.
E non scordiamoci la canzone “paninaro” dei pet shop boys, il cui video mi sembrava fosse girato anche in piazza san babila…
Certo Herbert, tra i commenti dei due articoli sui Panozzi trovi linkati sia i Pet Shop Boys http://www.youtube.com/watch?v=4ORZk-FXjSo che alcune pagine dedicate al mensile Preppy http://www.bottomfioc.net/spazzaturificio34.htm.
di Il Corrispondente dal Contado il 20 Luglio 2007 alle 13:28Tuttavia ricordo che oltre a Preppy c’era un altro mensile per le panozze very original, di cui mi sfugge il nome. Gli esperti della Redazione mi sapranno aiutare.
Sorry per la svista, il primo link non mi dà nulla, l’altro invece mi dà un video orrendamente girato in una Milano ancora più brutta di quella attuale, è normale?
di herbert beiderbecke il 20 Luglio 2007 alle 16:39era Sfitty
di Lucido il 20 Luglio 2007 alle 17:13Pardon, mi è finito nel link il punto finale della frase.
di Il Corrispondente dal Contado il 20 Luglio 2007 alle 17:46http://www.bottomfioc.net/spazzaturificio34.htm
Per il video mi sa che c’è poco da fare, purtroppo è quello.
Le riflessioni sociologiche potrebbero andare avanti a lungo, ma invece vi riporto una riflessione che ha preso corpo ieri in una riunione volante del Superficiale.
di Antonello da Messina il 21 Luglio 2007 alle 11:05Se a uno dei pochi paninari della nostra zona (Torino sud) fosse venuto in mente di andare a recuperare la moto rubata, non solo non avrebbe saputo ripetere la vittoriosa impresa di Lucido, ma molto probabilmente sarebbe tornato a casa in mutande! Augh.
Delle analisi commuoventi, mi avete fatto capire molto di me facendomi riflettere su come provi una simpatia viscerale per il Lucido e di quanto non sopporti i punkettoni che bivaccano col cane: son proprio un gran figlio … della mia società.
Però dai regà, l’epoca dei paninari a noi nati alla fine dei ‘70 ci ha sfiorato e basta, al massimo vedevamo i nostri fratelli/sorelle maggiori che ne venivano travolti e cercavamo di imitarli.
All’epoca non ero nemmeno a Milano, ma ricordo bene che quando ero alle medie in un paesello di 100mila anime chiamato Novara i vari moncler, burlington e compagnia bella erano già decisamente “old”, quindi immagino che nella “city” fosse già tutto finito da un pezzo.
Pure io avevo la felpa Best Company da piccolino (ovviamente verde flourescente), ma solo perchè vedevo mia sorella che la indossava…
O forse il fenomeno è sceso lungo l’Italia con un certo ritardo e quindi voialtri fortunati ve lo siete “goduto” appieno
di Gigi il 23 Luglio 2007 alle 10:09Il ritorno del nostro Avvocato Abbronzato.
di La Redazione. il 23 Luglio 2007 alle 11:53Bel pezzo. L’ho letto con piacere, benché abbia ridestato in me ricordi agghiaccianti. L’Elvstrom (c’era anche quello se non sbaglio), le Timberland (’Timby’ le chiamavano i più perdutamente deficienti), il Moncler (o Monclair? boh…), i fibbioni di El Charro; e poi le toppette fatte con le stoffe Naj-Oleari. Siccome sono un po’ più vecchiotto rispetto alla media di quanti s’aggirano per questo sito (o almeno così mi pare), tutte queste cose le ho ben viste in prima persona; solo che all’epoca (avevo 15 o 16 anni) non possedevo gli strumenti per ricondurre il fenomeno a quella mostruosa deformità che è la società italiana. E vivevo il tutto in ammutolito disorientamento. Ma a quell’immondo sbrago che sono stati in Italia gli anni ‘80 (lo sbrago fu mondiale, ma in Italia fu immondo), il Corrispondente ha già, con mirabile sintesi, riferito la subcultura paninara; perciò nulla voglio aggiungere al riguardo.
Mi limito a fornire qualche testimonianza, visto che ‘io c’ero’: politicamente i paninari erano fascisti, d’un fascismo immemore e superficiale (sì, tutto il fascismo è un po’ superficiale, ma quello dei panozzi palesava una superficialità che si può solo definire idiota ). All’epoca incappai anche in un tale che era figlio di un diplomatico cileno: cresciuto in Italia, vestiva il look panozzo, parlava panozzo e con linguaggio panozzo difendeva ed esaltava Pinochet (parlo chiaramente del ragazzo, non del padre diplomatico). So che non riuscite a immaginare un orrore simile, ma garantisco che il personaggio non è inventato. Comunque, il primo giornalino de ‘Il paninaro’ l’ho visto fra le sue mani.
I paninari erano poi appassionati della serie ‘Rocky’. Quando Rocky IV venne proiettato in Italia, era di moda tra i panozzi assistere al film tifando ad alta voce nel buio dei cinema. In classe, a ricreazione, c’era sempre qualche panozzo che si esibiva nei piegamenti su un solo braccio, alla maniera di Rocky (di solito il panozzo non ne faceva più di 4 col destro e 1 col sinistro). Ora, non voglio fare il figo, ma all’epoca facevo lotta greco-romana e non perdevo mai l’occasione di umiliare un panozzo mostrandogli come io fossi in grado di farne più di 10 col braccio destro (e 2 col sinistro). Peraltro era uno dei pochi progressi cui ero pervenuto nella mia pratica della lotta.
I paninari (specie nell’ultima fase del movimento, quando s’era più intrucidato) cercavano e amavano le risse, le botte e, in generale, ‘darsi’ (come si diceva e si dice qui a Genova). In questo campo, e mi rincresce ammetterlo, i panozzi riuscivano più che dignitosamente, tanto che dalle mie parti circolavano molti soggetti temutissimi. Uno dei ‘colpi’ venuti in voga tra i panozzi durante il combattimento consisteva nello sfilarsi la cinghia El Charro e usarla per colpire: s’intende, dalla parte della fibbia.
Sempre parlando delle ultime fasi del fenomeno paninaro, che coincisero col suo apice, questa moda dilagò a tal punto che ci fu un momento in cui tutti sembravano paninari: un po’ a causa dei mille marchi economici che si erano messi a produrre vestiario in foggia panozza (calzature in particolare), un po’ perché questo stile, originariamente appannaggio dei ceti più ricchi, aveva finito per affascinare anche i proletari; i quali si erano resi conto che, infine, per comprarsi le Timberland non si dovevano far poi i salti mortali. A questo va aggiunto che l’abbigliamento adottato dai paninari, non essendo particolarmente eccentrico, costituito com’era da meri capi sportivi reinterpretati, non ebbe difficoltà a uscire dalla nicchia di una subcultura giovanile: anche la popolazione più adulta prese indossare alcuni dei capi di culto, senza investirli di particolari significati; ovvero solo in forza della diffusione nei negozi, della reiterazione visiva d’un modello e della pubblicità. Cosa che non potrebbe mai avvenire nel caso dei capi-feticcio di altre subculture giovanili, e che la dice lunga sulla natura italiota del movimento paninaro: le Timberland del figlio poteva metterle anche la mamma.
Comunque, questo momento di ‘paninarizzazione totale’ fu il più brutto. E potrebbe fornire spunti e metafore per nuove (ma son sempre le solite) divagazioni sulla condizione culturale dell’Italia. Ma qui chiudo, ché ai panozzi non voglio più pensare.
Un salutone
di Luca il 7 Agosto 2007 alle 04:07Un altro invidioso che,escluso dal movimento 20 e rotti anni fa,si prende ora la rivincita perchè fa il giornalista.Quello scarso sei solo tu!
di Gomez1360 il 8 Agosto 2007 alle 11:19Wild boys
Slipperypond ringrazia Luca per la preziosa (e dolorosa) testimonianza diretta.
di Il Corrispondente dal Contado il 9 Agosto 2007 alle 17:11Quanto a Gomez1360: è tipicamente panozzo credere che chi è fuori dal gruppo lo sia per esclusione da parte di chi sta dentro; e che ogni critica sia frutto di invidia e frustrazione. Cercherei una rivincita se vedessi il non essere mai stato paninaro come una sconfitta. Non ho difficoltà ad ammettere che vi sono gruppi esclusivi di cui avrei voluto far parte, ma tra essi non c’è quello dei paninari.
Eccoti a titolo esemplificativo un elenco in ordine sparso di gruppi da cui mi rincresce essere escluso: invitati alle feste della Playboy Mansion, l’Undici titolare della ACF Fiorentina, i Nirvana, lista dei candidati al soglio Pontificio, loggia P2. Per maggiore chiarezza, eccoti anche una lista di gruppi in cui non aspiro ad entrare: spettatori di Uomini e Donne di Maria De Filippi, Giovani di Forza Italia, comparsa del Drive-In, fan dei Finley, paninari, proprietari di Fiat Duna.
Infine, non sono un giornalista, sebbene faccia parte della redazione di questo magnifico sito.
Un caro saluto anche a nome del Feroce Direttore, attualmente in vacanza sulla barca giallonera di slipperypond ormeggiata in una ridente località segreta.
Bellissimo il contributo di Luca.
Gomez1360: mentre tu stavi col movimento io giocavo con gli exogini. “Stentore” a brillantini, beccati questo!
di L'Illuminato del Quartiere il 13 Agosto 2007 alle 15:22Mi spiace essere intervenuto in maniera un pò troppo brutale e me ne scuso.Solo che non capisco come,a distanza di 20 e più anni,si continui a parlare dei paninari in questi termini.Perchè quel movimento viene etichettato come sottocultura? Era solo un nuovo e diverso modo di intendere la società che stava cambiando perdipiù elaborato da adolescenti.Noi ci abbiamo solo messo un poco di colore nel modo di vestire e quella spensieratezza tipica dei giovani.Certo che nessuno ha mai parlato di cultura,arte o letteratura paninara ma non vedo dove sta il problema.Forse ne esiste una dark o metallara? Direi di no.L’essere paninaro,quello vero..che resiste al tempo, è certamente distante da ciò che state descrivendo.Anzi..vi invito dalle nostre parti (http://www.studiolabo.it/blog/?p=120).Se avrete voglia di fare quattro chiacchiere forse capirete quel qualcosa che vi è sfuggito tanti anni fa.Astenersi prevenuti ed invidiosi cronici,però..
Wild boys
P.S. Mi incuriosisce assai l’acredine di chi,durante il movimento,giocava con gli exogini.Io a 8 anni guardavo Goldrake e Mazinga ma non per questo ho odiato la disco anni 70 e i suoi adepti.Bah..
di Gomez1360 il 14 Agosto 2007 alle 16:54Caro Gomez1360, innanzitutto credo che tu abbia frainteso il mio uso del termine “sottocultura”, che non intendo in senso dispregiativo ma neutro, come sinonimo di “subcultura” (ossia come gruppo di persone in seno a un gruppo culturale più ampio).
di Il Corrispondente dal Contado il 14 Agosto 2007 alle 19:13In altri termini, quello che tentavo di dire tra le altre cose è che i Paninari rappresentano un caso raro di sottocultura che non sia (sia stata) al tempo stesso anche controcultura.
Quanto al tuo appunto sulla produzione artistica relativa ai vari movimenti giovanili, vorrei dire due cose. La prima è che le sottoculture che citi tu (dark e metallara) hanno prodotto decenni di musica (buona o cattiva, non mi interessa stabilirlo qui). Tali generi musicali continuano a costituire un’influenza di rilievo quando non un ingrediente fondamentale per molta della musica prodotta oggi. Alcune sottoculture sono state associate fenomeni creativi musicali e non. Si pensi al punk: Vivienne Westwood nella moda, il fiorire di una letteratura cyberpunk, fumetti, cinema (la No Wave newyorchese a cavallo tra anni ‘70 e ‘80, o Derek Jarman, e in particolare il suo Jubilee). D’altra parte, sei d’accordo con me che la sottocultura dei paninari è stata senz’altro più sterile dal punto di vista delle produzione artistica: movimento fieramente legato al consumismo, si è rapportato all’arte e alla cultura più come gruppo di fruitori che non in senso creativo. Senz’altro è lecito ricordare, come fai tu, che questa la mancanza di una cultura o di un arte paninara non costituisce di per sé un problema. E qui non siamo d’accordo,purtroppo. Nulla di tragico, per carità. Ma un movimento che non lasci alcuna eredità artistica è condannato a una ineluttabile caducità: voi siete stati paninari e vi è piaciuto. Ma cosa vi siete lasciati dietro? Chi è stato paninaro ha nostalgia di quegli anni di divertimento, ma chi paninaro non lo è stato perché dovrebbe avere nostalgia del movimento panozzo? Inoltre, l’avere nostalgia della spensieratezza dei propri 18 anni non è un’esclusiva: ognuno a modo suo si è divertito quanto ha potuto.
Ho raccolto volentieri il tuo invito e mi sono fatto un giro su studiolabo, mi sono letto un po’ di commenti (non tutti, sono quasi 400 e mi perdonerai).
Alla fine, nell’articolo come nei commenti, non si dice molto di diverso da quello che ho detto io nel mio post. Ci sono un paio di cose su cui possiamo discutere. Ad esempio, i paninari come giovani ricchi e violenti: sono certo che tu non andavi in giro a picchiare i darkettoni, ma quando si parla di un fenomeno si fanno delle generalizzazioni e comunque testimonianze come quella di Luca qui e quella di alcuni su studiolabo mi fanno pensare che la questione sia se non altro controversa.
Al di là di questo, come dicevo più o meno l’analisi mia e quella di Tony Denn non differiscono in molto: quello che cambia è il giudizio di merito. Quella che io chiamo superficialità, voi chiamate leggerezza; quello che io chiamo elitarismo voi chiamate sapere essere giusti.
Ha forse ragione chi dice che io parlo così perché non ho saputo cogliere il lato buono del movimento: il fatto è che “L’ottimismo generale, la gioiosa rivoluzione colorata” sono per me nient’altro che il prodotto dell’Italia di quegli anni, di quella Milano da bere che come avrai capito non vedo di buon occhio. Sarà che non riesco ad accettare l’idea che essere è apparire, quando leggo Max: “Oggi come allora per me la moda è sempre qualcosa che indica il modo di essere di una persona. Ciò che distingue il gallo da very normal è la capacità di scovare il capo giusto, l’accessorio, l’elemento differenziante che riesce a farlo distinguere e al tempo stesso ad attirare l’attenzione (posisitamente)di tutti. E’ in cio che si cela il buon gusto di ognuno”. Gli stessi paninari che scrivono su studiolab rivendicano la propria fedeltà allo stile di vita panozzo ribadendo di indossare ancora oggi Rayban o capi firmati in genere.
Ripeto: per te è leggerezza, a me sembra superficialità. Questione di legittimi punti di vista.
Un saluto, CdC.
è normale che chi era panozzo difenda il “movimento” di cui faceva parte, ma è innegabile che si trattasse di un movimento fondato su superficialità, consumismo, immagine esteriore, e un pizzico di razzismo.
di Venusia Valcani il 17 Agosto 2007 alle 14:22In una parola, un movimento imbecille, che ci fa sorridere solo perché era così grottesco da esser simpatico.
Per Gomez: la differenza è che le subculture giovanili degli anni ‘70 erano gravide di idee, arte e buona musica.
di L'Illuminato del Quartiere il 19 Agosto 2007 alle 22:39Mi sembra alquanto anomala la citazione che fai ai miei post.
di Max il 20 Agosto 2007 alle 10:22Scrivi che non riesci ad accettare l’idea che essere è apparire eppure apri il tuo post con riferimenti alle tendenze dark e metallare, di come queste abbiano influenzato le diverse forme d’arte (musica, moda, letteratura, fumenti ecc..).
Se così è, allora l’essere punk, l’essere metallici o, ancora, l’essere dark si concretizza in una corrente pensiero che riesce ad influenzare diversi canali tra cui quello della moda (citi Vivienne Westwood).
Chi indosserebbe capi del genere che trasudano determinati significati, determinate ideologie se non chi condivide quel pensiero?
Il male di vivere che contraddistingue alcune sottoculture, controculture o più semplicemente tendenze si riversa anche nell’abbigliamento.
Ogni gruppo, per quanto se ne dica, sceglie un proprio modo di presentarsi che rispecchia il proprio essere. Quel che si indossa è indice dei propri gusti.
Riguardo all’assenza di una musica ed arte paninara concordo con te quando definisci i panozzi fruitori.
Il movimento è connotato da un unico imperativo: il godersi la vita (nei limiti e secondo i criteri che più volte ho espresso su studiolabo). Questo implica una massima elasticità nell’approccio alle varie arti. Ognuno segue il canale che si avvicina di più al suo essere e crea quel che più esalta il suo spirito.
Non vorrei sbagliarmi ma le opere barocche da un lato e l’estetismo del D’annunzio hanno lasciato una traccia. Non voglio creare un parallelo tra queste correnti e il movimento paninaro perché vorrebbe osare troppo, voglio solo dire che l’amore per la sontuosità e per l’estetica hanno nel tempo comunque dato vita a correnti artistiche. La maniacale descrizione degli abiti, degli arredi e del tenore di vita del Giovin Signore del Piacere hanno entusiasmato schiere di lettori o sbaglio?
Poi ci sono stati altri movimento, come quello preppy per esempio, sempre basati sull’estetica.
I paninari dal canto loro hanno mostrato questo loro modo di essere nel tripudio di colori dei propri abiti e nella gioia di vivere, nel carpe diem.
Cogliere l’attimo come dice Gomez è sinonimo di leggerezza e non superficialità. Cogliere l’attimo è molto più facile quanto sei un ragazzetto, ma con gli anni, gli impegni e le responsabilità diventa sempre più difficile, ma quando c’è un momento di svago cosa impedisce di essere leggeri, spensierati e rilassati senza essere superficiali.
Felice di scambiare opinioni e pensieri. Mi troverai su studiolabo.
Max
Non voglio far cambiare idea a nessuno però insisto nella difesa ad oltranza.Non di tutto il movimento paninaro,ci mancherebbe,ma almeno (concedetemelo..)della ristretta cerchia di amici incontrati su Studiolabo.Vorrei solo che sapeste che per noi la concezione dell’ “essere” paninaro è davvero distante anni luce da ciò che intendete da queste parti.Detto ciò (ed omettendo di rispondere come mi piacerebbe a chi definisce “imbecilli” gli appartenenti a questo movimento)vi saluto cordialmente.
di Gomez1360 il 20 Agosto 2007 alle 23:58Wild boys
Un movimento imbecille può avere individualità brillanti, così come molti movimenti brillanti sono notoriamente pieni di imbecilli.
di L'Illuminato del Quartiere il 24 Agosto 2007 alle 17:47Max, nel tuo discorso trascuri un fattore che era per l’appunto uno dei punti principali dell’articolo. Un conto e’ un movimento come il punk, i cui membri si identificano anche attraverso un certo modo di vestire, ma che possiede una sostanza a livello artistico.
di Il Corrispondente da Lontano il 25 Agosto 2007 alle 18:13Un conto e’ invece un movimento come quello panozzo, la cui sostanza coincide quasi esclusivamente con l’arsenale di vestiti custodito nell’armadio.
Noti che cito Vivienne Westwood: per l’appunto, citandola volevo sottolineare come anche nella moda il punk abbia dato un contributo creativo che invece i panozzi hanno mancato di dare. Il movimento panozzo non ha ‘creato’ nulla, ha solo assemblato una serie di capi (leggi: capi di marca) preesistenti elevandoli a status symbol.
Per il resto, non c’e’ nulla di male a divertirsi spensieratamente. E divertirsi spensieratamente non significa essere superficiali. Ma un movimento che ha come unica propria bandiera il divertimento spensierato risulta povero di contenuti, e di interesse - almeno per chi non l’ha vissuto.
Saluti cari.
Merda: ho quasi finito la gommina.
di Lucido il 26 Agosto 2007 alle 02:22Per il corrispondenete,
di Max il 26 Agosto 2007 alle 18:13Il fatto di aver o meno influenzato l’arte o quant’altro deriva dalla differenza di fondo dei due stili di vita e non dalla sterilità di uno dei due.
Il punk (o chi per esso) manifesta il male di vivere dei suoi adepti che inevitabilmente si riversa su ogni manifestazione artistica. I punk si mettono in mostra perché vogliono urlare al mondo la propria ira, i panozzi no. Questi amano la società in cui vivono e ne traggono piacere e ciò si riflette sulla luminosità del proprio abbigliamento. L’imperativo è il colore, quel colore che accende le diverse opere della pop art. (forse è questa l’arte che meglio interpreta i gusti del paninaro).
I panozzi non covano ira, non vogliono dimostrare nulla al mondo. Non voglio neanche dare vita ad un movimento. Sono, infatti, i media ad accorgersi di loro e a portarli alla ribalta senza che questi abbiano mai fatto nulla per essere notati.
Adottano un proprio look. Un look che inizialmente è fatto di prodotti aventi un certo stile. A mio modo di vedere il bailamme di capi firmati è la conseguenza della commercializzazione del fenomeno.
Dal canto suo Vivienne Westwood strumentalizza e commercializza il punk che in questo modo da fenomeno diventa prodotto.Si sceglie uno stile eccentrico per calamitare l’attenzione delle fashionvictims e non per diffondere le ideologie di quella tendenza.
Di punk, inteso come movimento di protesta, non c’è nulla in quelle collezioni. Di punk, inteso come stile che può accaparrarsi una specifica fetta di mercato (quella meno classica e più trasgressiva), c’è molto o meglio tutto. Questo a mio modo di vedere non è indice che il punk ha influenzato le mode.
Inizialmente i giusti si fregiavano di capi che nessuno ancora conosceva.
Addirittura il sito della Moncler narra che la diffusione avvenne in seguito alla trovata commerciale della ditta di regalare alcuni capi a dei ragazzi.
Come vedi i mitici piumini si diffusero non perché venivano venduti nelle chicosissime boutiques del centro. Il resto è stato la massificazione del fenomeno.
Il paninaro si fregia di ciò che di meglio offre il mercato (questo implica la diffusione dei capi firmati) e cerca quanto è possibile di superare il mercato stesso anticipandolo, scovando prodotti che abbiano una valida funzionalità.
In una parola il panozzo ama ideare accostamenti propri e scoprire nuovi orizzonti.
Per questo non ti seguo quando affermi che i punk e non i paninari hanno influito sulle mode.
I paninari hanno adottato un proprio look ( al tempo inedito)e un proprio stile di vita (più spensierato di quello del decennio precedente), ci si vuole godere la vita perché è bella e basta. Senza dover dimostrare niente a nessuno.
Il pessimismo porta all’intimismo, l’ottimismo porta al godimento del momento (per questo dico che forse la pop art coni suoi colori meglio rappresenta quelle ideologie).
L’intimismo si riversa nelle diverse forme d’arte, l’ottimismo fa apprezzare e promuovere ciò che si ha.
Si tratta di modi differenti di affrontare la vita che hanno conseguenze diverse sulle arti. Se odi una cosa combatti a tutti costi pur di eliminarla, se la ami non hai bisogno di doverla cambiare.
Non si tratta pochezza di interessi o di contenuti.
Se ami quello che esiste apprezzi le diverse creazioni, segui il tuo gusto e basta. Ti senti pop? e allora segui quel filone. Ami lo stile classico? E allora va bene così. Si segue ciò che piace perché questo è il bello della vita.
Non frustrati e stressati dal disaggio provocato dai mali della società ma inebriati di vita.
Sicuro di non averti spostato nenanche un po’ dalle tue convinzioni ti saluto.
Max
hAHAHAH grandissimo articolo!!
di claudia vitamina k il 6 Settembre 2007 alle 00:03ero pigiula ma mi ricordo… quel mona di mio fratello (scusa fra XD) prendeva gli albi
Non sono d’accordo con quanto afferma il corrispondente dal Contado. Ho 38 anni, e sono (ai tempi) stato un paninaro. Ovviamente tante parole sono state spese su questo “movimento” (ma era un movimento poi??), perchè quando sei giovane e fai qualcosa, attiri l’attenzione dei media, dei giornalisti, dei sociologi e di tutti quelli che sentono un irrefrenabile impulso di spiegarti chi sei, cosa sei e perchè agisci in quel modo. I paninari sono sempre stati criticati da tutti i vari esponenti di movimenti giovanili e non, presenti o passati, in quanto gruppo non abbastanza “impegnato”, o quantomeno politicizzato. Certo, gli ideali che univano gli esponenti di quel gruppo, se di gruppo si trattava, erano estetici ed edonistici piuttosto che politici o culturali. E allora? E’ obbligatorio che chi ha un’età compresa tra i 14 e i 20 anni, per non essere considerato superficiale, si vesta di stracci, ascolti musica tardo-hippy e protesti contro la società in cui vive? Mi fanno ridere i ragazzi che oggi fanno gli intellettuali di sinistra, contro tutte le mode (e perciò parte anch’essi di una moda che rifiuta le mode), sempre pronti a sparare a zero sulla “mancanza di valori”, sulle ingiustizie sociali, difensori perfino dei terroristi islamici o degli zingari perchè “bisogna prima capire la loro cultura”. Eppure anche loro sono inquadrati in un gruppo. Il gruppo di quelli che, se un film non è polacco coi sottotitoli o non è di un regista impegnato lo snobbano. Se un vestito non viene da un mercatino delle pulci o, peggio ancora, è di marca (oh cielo!), lo guardano come un’arma di distruzione di massa. Partecipano a tutte le manifestazioni urlando contro il governo, la società, la cultura dei soldi, coperti di stracci, barbe e in ciabatte, birra in mano e sassi contro i poliziotti. Eppure dai soldi di quella società che tanto disprezzano sono i primi a mungere: centri sociali e case occupate (l’affitto è un optional, si fa prima a sostenere che un centro sociale è un diritto, e perciò deve essre gratuito), danni per milioni al G8 e simili, tanto poi pagherà qualcun altro (i loro genitori con le tasse, ad esempio), loro sono protesi verso ben più alti ideali per occuparsi di sciocchezze materiali come il denaro o qualche auto bruciata, qualche vetrina sfondata, che sarà mai. I paninari non facevano nulla di tutto questo, forse un pò poveri di ideali alti e nobili, forse poco vogliosi di “cambiare il mondo”, piuttosto desiderosi di goderselo, finchè si poteva. D’altronde, chi paninaro non era, come evidentemente il simpaticone del Contado, criticava pesantemente i ragazzi abbronzati e in Timberland, solitamente con la mitica frase “siete una massa di pecoroni, non sapete pensare con la vostra testa”. Ma chi dice che vestirsi con certi capi d’abbigliamento, magari anche uguali ad altri milioni, sia una forma di abbrutimento?? All’asilo ti impongono i grembiulini: neri per i maschietti e bianchi per le femminucce. A naja, mi pare di ricordare, eravamo tutti in verde e anfibi uguali. Nella stragrande maggioranza dei posti di lavoro, le persone sono in giacca-cravatta o tailleur-tacchi. Bambini, militari e impiegati non possono scegliere più di tanto come vestirsi. Chi segue una moda sì. Già il fatto di seguire una particolare moda piuttosto che un’altra è una scelta. Magari criticabile dal punto di vista estetico, non da quello ideologico. Dietro un capo firmato non c’è nessuna ideologia nè ci vuole essere. Chi compra una Porsche vuole una bella macchina, punto e basta: perchè mai ogni nostra azione, scelta, acquisto deve sembrare il manifesto di qualche fazione o schieramento? Inoltre i paninari sono stati, nella storia, l’unico fenomeno giovanile a non dare fastidio a nessuno, a non bloccare il traffico con inutili cortei, a non aggredire le narici con odore di sudore, stracci, canne, birra. A non strafarsi in discoteca fino all’alba per poi sfasciare macchine e vite umane in stupidi incidenti. A non obbligare i propri genitori ad accettare in casa un adolescente che gioca a fare il barbone perchè fa molto radical-chic-grunge-poeta-maledetto. Il giovane-simbolo degli ultimi anni è passato alla storia per aver tentato di tirare un estintore in testa ad un poliziotto, che (cattivone!!) si è difeso sparando e lo ha fatto secco. Il simbolo dei paninari era un giovane abbronzato, benvestito, col portafoglio pieno e sempre in partenza per il week-end. A quale di queste due figure è meglio assomigliare? Ai posteri (culturalmente e socialmente impegnati) l’ardua sentenza.
di Brizio il 12 Settembre 2007 alle 11:00Interessante: la dimostrazione che anche da adulti i paninari rimangono superficiali. Una pubblicità peggiore per il “movimento” del post di Brizio non riesco a immaginarla.
di MOSSAD il 13 Settembre 2007 alle 12:57Mossad, già il tuo nickname è degno di un talebano. I dubbi vengono fugati andando a vedere il sito linkato al tuo nome: probabilmente sarai un comunistello semi-depresso con Peroni da 66cl sempre in mano, barba incolta e poster di Che Guevara in camera. Vai alle feste dell’Unità ad ascoltare i gruppi ska che urlano contro il potere, sei “impegnato a costruire un mondo migliore”, hai un’auto tipo Renault 4 rossa, e per sentire odore di figa devi annusare i guanti che buttano via i ginecologi. Certo, in effetti chi si gode la vita è superficiale, ma casualmente a sostenerlo sono sempre gli sfigati alternativi….beh, almeno tu qualcosa di profondo ce l’hai: il tuo coma.
di Brizio il 13 Settembre 2007 alle 13:22Mi permetto di notare che il Mossad è il servizio segreto israeliano, in buona sostanza la cosa più anti-islamica esistente sulla faccia della terra.
di L'Illuminato del Quartiere il 13 Settembre 2007 alle 14:29Mi permetto altresì, da mediocre ma informato conoscitore del web, di notare che il sito “il deboscio” cui fa riferimento l’utente “Mossad” sia una delle più note community di fighetti milanesi (in buona sostanza una versione moderna e autoironica dei paninari: canis canem edit?).
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Simili misinterpretazioni fanno effettivamente pensare a una persona superficiale (Brizio non ti arrabbiare: è che sono pedante).
Difendere il paninaresimo è un compito ingrato, per il semplice fatto che - diciamocelo - non era un “movimento,” era una moda, e le mode si sa lasciano il tempo che trovano. E non lasciano tracce, se non la legittima nostalgia di chi quando le seguiva aveva vent’anni: quindi personalmente, sebbene abbia sempre preferito i libri al moncler (pur non avendo mai amato troppo ciabatte, barbacce e cortei) mi sento di poter dire di capire Brizio: anch’io difendo sempre a spada tratta tutte le cose che mi piacevano da piccolo.
(Nota storica: all’epoca dei paninari la redazione di Slipperypond aveva in media 5 anni: non era possibile, anche volendo, invidiare lampade UVA e giubbetti quanto i tuoi interessi vertevano più su Exogini, Paperino Mese e Lego ^__^).
A onor di paninaro riporto un commento a firma marti00it, apparso dagli amici di studiolabo, che mi pare la migliore e più onesta difesa del paninaresimo vista finora:
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alla faccia di tutti quelli che dicono che i panozzi sono morti…sono qui nostalgico alla soglia dei 39…e ripenso alle timba, alla cintura el charro, all’henry lloyd designed by olmes carretti, ai guanti che io cuneese importato a milano alla bocconi andai a comprare a pavia dai netturbini, quelli gialli…e penso alla prima volta che sono stato al centrl park, al bar al panino, nella milano da bere…penso alle camicie controvento, al negozio la pharmacia della via durini o a di segni o al negozio el charro…erano cazzate, va bene ma ci facevano stare bene e sentire importanti.. e poi è facile criticare adesso…all’epoca eravamo sereni e spensierati..chissenefrega se ci mettevamo i ray-ban in discoteca o i jeans closed erano corti per fare vedere le burlington…a noi piaceva così..e non siate ipocriti che all’epoca eravamo quasi tutti panozzi…su….wild boys..
di L'Illuminato del Quartiere il 13 Settembre 2007 alle 14:34“Mossad, già il tuo nickname è degno di un talebano”
Questo sì che è un testacoda.
(A me pare più un nazicomunistaislamosionista, però).
di Il Puntiglioso Redattore il 13 Settembre 2007 alle 14:36Figa, cioè: uno che scambia il mossad per una roba araba, il deboscio per un sito di zecche, e che si bulla di “annusar figa” (1° legge di internet: chi parla di figa online vuol dire che nella vita la vede solo su ampland.com) e che ha come miglior ricordo di gioventù il numero di lampadoni che si faceva, merita risposta?
di MOSSAD il 16 Settembre 2007 alle 21:07ricordo che il Primo capo “Paninaro” lo acquistai nel 1983…avevo 12 anni. Era una Felpa della Best Company che costava 100.000 lire! e ricordo pure il commento di mia nonna che ma la acquistò: Questo è il primo ed ultimo vestito “alla mosa” che ti compro..Non dimentichiamoci che 25 anni fa 100.000 lire erano come i 300\400 euro di oggi…assurdo per una…felpa! Poi venne mi pare nel 1984 il primo paio di Timberland! costo: 220.000 lire, l oricordo ancora insieme all’espressione esterrefatta della mia buona nonna al momento di pagare…Ma noi eravamo ricchi, o meglio venivamo da una famiglia alto borghese che abitava in un bellissimo palazzo in pieno centro di Milano, vicino al quale nel 1985 nacque il primo poster di Armani…Poster che esiste tuttora.
di Azure il 23 Febbraio 2008 alle 03:23La mi afamiglia quegli anni ‘80 se li è bevuti tutti…fino all’ultimo sorso, insieme ai conti che venivano chiusi, alla “fabbrica” che avevamo che fu venduta proprio allora…. Ma quel decennio fu magico…Si, vennero altri capi paninari da quei primi esperimenti… ricordo ancora la mia collezione di Timberland…ne avevo circa 6, ripartite tra invernali ed estive…L’ultimo paio lo comprai a “forte dei Marmi” nel 1988 e se ora guardo alla destra del mio Pc posso ancora vederle, accatastate insieme alle altre nel soppalco del loft dove vivo….E ogni tanto le metto! Vennero lo Schott, l’Henry Lloyd, la cintura di “El charro” con la fibia “normale”, poi quella con la Fibbiona gigantesca d’argento… Jeans indossavo “armani” (ne avevo diverse paia), Levi’s (che poi non mi hanno più abbandonato), “stone Island”, mai Uniform perché quelli li vedevo indosso pure ai “tamarri” e io amavo distinguermi dalla massa, pure essendo paninaro…
L’ho sempre fatto….Un po’ come quando u ngiorno mi presentai con u npaio di “mocassini classici”, ma non le “american Pennyloafers” come si usava ai tempi, ma della Sebago, che costavano 2 volte tanto! Morale: vidi un’intera scuola (privata ovviamente) nel giro di una settimana comprarsi i mocassini della Sebago…Niente Moncler che mi faceva assomigliare al “nano bagonghi”, ma Henry Lloyd…molto più elegante, esclusivo…E poi dalla seconda metà degli ‘80 arrivarono i Durango e lo Schott…. Naj Olerai (l’atelier) stava vicino a casa…ricordo che compravamo la stoffa “al metro”, poi la “Tata” di casa pensava a metterla sui miei Jeans…Feci foderare pure la cuccia del Mio Gatto…e il suo collare…Volevo il gatto Panozzo!!! Po rocrdo “Johnny Lambs”, il papà di tutte le Rugby shirt italiane, e i primi capi di Ralph Lauren (Polo)…ricordo gli Shopping in san Babila, via Manzoni, Montenapo, e via Vitruvio dove stava il negozio panozzo “par excellence”: McDill’s, davanti al Gonzaga, che ai tempi era il mio liceo…. La modo tramontò a Milano nel 1988, quando nacque spinta dall’Inghilterra la Moda da “prevosto” o da “Dark”….Cinture rigorosamente Nere acquistate in un negozietto alle “colonne di San Lorenzo”, Lupetti e Dolcevita Grigio Cardinale… Gli ultimi rimasugli erano le Timberland, dure a morire, anche se ormai Sebago con modelli scamosciati dettavano legge, insieme ai mitici mocassini “Goerge Hogg”… Poi ci fu la svolta verso la moda quella italiana più classica “camcie rigorosamente Aspesi o armani” (quelle a rigone) e poi “Hugo boss”, “Moschino”, “Valentino”, “Versace”….I Paninari erano cresciuti….ma quel periodo, quello che idealmente va dal 1983 al 1986 è stato magico, unico, irripetibile… GLi anni di drive In, di Quelli della notte (si vedevo pure la concorrenza) dei “ragazzi della 3°C”, e della musica…. Io devo dire che in controtendenza non ho mai amato particolarmente i Durans, preferendo loro Wham, Spandau, Queen (!!) ma udite udite, ascoltavo pure METAL!!! Argghhhh ebbene si: gli Iron i Bon Jovi li adoravo tanto quanto gli A-HA!!
(indimenticabile il video di Take On Me).. Poi grazie ad un mio caro amico panozzo, di estrema destra (ri)scoprii la musica italiana con Battisti…e Grazie al mio primo amore scopersi “Vasco”…fino ad allora detstato e osteggiato perché ritenuto il “re dei tamarri di periferia”….Eh si come era diversa Milano all’epoca…. Le classi sociali erano ancora nette, distinte… Nessuno (o pochi) avevano (specie a 14 anni) Scooter che li portassero in centro… Quelli di “periferia” per noi della “milano bene” davano solo rogne perché erano poveri, perché volevano sempre picchiarci e derubarci! Oggi capisco quanto devono avere sofferto ai tempi…tempi in cui bastavano le Timbe, il charro per essere “qualcuno”, per guardare chiunque dall’alto in basso, fosse pure Schimberni della Montedison (scusate…oggi si chiama ENI) Molti momenti sono legati a quel periodo fondamentale della ia vita…La crisi che colpì la mia famiglia…Noi continuavamo a spendere, vacanze galattiche a Santa tutti gli inverni e all’estero (Inghilterra, Brasile) e non avevamo più una lira….Cambiammo pure casa: certo fummo fortunati restammo in centro a Milano, ma passammo da una casa (che vide 5 generazioni della mia famiglia) antica di 300 metri quadri a una moderna di 100….Un momento in particolare: la recita di fine anno (alle medie, io frequentavo il Parini)…Avrei compiuto 14 anni di lì ad un mese, ma i miei mi comprarono in anticipo una Vespa Blu Metallizzato, mooltooo moltoo panozza….Ricordo il giorno della recita al Teatro Manzoni di Milano, nell’omonima via….C’era la Milano da bere al completo: Craxi e consorte, tognoli (allora sindaco…io avevo a scuola i figli), forse qualche ministro della repubblica, oltre al Gotha della finanza…. Tutti lì….e io sul palco a recitare “shakespeare”…e poi qualche giorno dopo l’esame e la ragazzina che mi faceva battere il cuore…che mi vide arrivare sulla mia Vespa nuova fiammante…Con ai piedi le mitiche Vans color salmone (perché chiesi al negoziante che colore andasse quell’estate), la Lacoste blu, un paio di Ray Ban Olympian Deluxe (non li aveva nessuno dato che costavano 300.000 lire…(e cioè circa 200 mila in più dei classici Wayfarer)…Mi venne incontro, mi baciò,,,Spalancò gli occhi per la Vespa e per il “look”….eh già…ai tempi bastava davvero poco… Quell’anno andai in vacanza in Brasile da mio padre, poi a settembre iniziai il Gonzaga…e fu un altro anno magico, poi tutto iniziò a cambiare, la moda, la mia vita…e quando approdai all’ultimo liceo (ne ho cambiati 3) i Paninari non esistevano più, la Milano da bere era ormai bevuta tutta e le ombre di Tangentopoli si avvicinavano…però fino a quel 1989 quella mentalità continuò…non c’erano più le Timbe e il Moncler (si scrive così) ma la gente, i ragazzi, noi, che non abbiamo mai detto “sfitinzia, cuccare, gallo di Dio”, ma le più prosaiche e immarcescibili, “Cazzo, scopare, figa” :-)) eravamo ancora tutti là…. Si, ricordo i pomeriggi passati “Al panino” del Liberty…in vittorio emanuele, al Linea…., ma anche al “charlie Marx”, all’ipotesi…e poi dopo…arrivarono il “rolling stone” e lo “Zeus”….arrivò la Droga, le risse, i pestaggi, i coltelli che spuntavano…arrivò l’AIDS “scare”,,,Oggi sono molto cambiato…ma in fondo “diverso” lo sono sempre stato…eppure, quella sana iconoclastia, quella goliardia di fondo, mi sono rimaste appiccicate addosso…e credo che chi abbi avissuto quel periodo sino ad oggi porta con sè una “solarità” (no, nn chiamiamola superficilità…Conoscevo anche chi paninaro leggeva Hans Kung, sepulveda e Hesse)che aiutano tanto anche oggi….E chi ha vissuto male quel periodo per deficit economico\sociali evidenti sono quelli che no nhanno potuto assaporare il “favoloso decennio” (ma quello vero, non i sixties) del secol oscorso….Un decennio dove tutto, anche i sogi sebravano reali….Il decennio del “ciao Cipollino” (all’Avvocato) il decenni oin cu ii sogni erotici erano dati da un paio di Timberland calzate molto bene e dal sedere perfetto che spuntava tra una toppa e l’altra della Naj, da u nsen che si lasciava solo intravvedere attraverso quei maglioncioni larcgjssim id’angora,,,che quando ballavi u nlento alla fine sembravi un pupazzo di neve…e le ragazze da “sposare” avevano le forme e la voce della splendida “Sophie Marceau” del “tempo delle Mele” e della “isabella Ferrari e antonella Interlenghi” dei film dei Vanzina , mentre quelle da….ci siamo capiti…avevano le forme di Karina Huff o Samantha Fox…..Un decennio forse vuoto come dicono gli oppositori del riflusso, i comunisti sfigati che proprio in quel periodo furono praticamente imbavagliati…ma un decennio VIVO, meno ipocrita del nostro…l’unico decennio in cui anche l’Italia disse la sua in campo economico, politico…Un decennio che culminò proprio nella Perestroika, e nella caduta del Muro…u ndocenni odove (forse) si era tutti più uomini…o forse dove gli uomini (magari anche piccoli) apparivano GRANDI..
Oggi vedo Milano…..I Locali, i Fighetti (he hanno preso il posto dei paninari) arricchiti dell’ultima ora che bivaccano con macchine da 50.000 euro sotto il culo….i quartieri degradati, l’immigrazione non controllata che hanno snaturato persino il volto della mia città…. Una città fatta di “puttane” che la mungono, che non sanno neanche com’era ai tempi…di gente che viene qui dal sud, da tutte la parti di Italia magari con 2 lauree e il coltello tra i denti… I ivecchi negozi ormai morti, spariti….le piazze, i vicoli, le vie, i volti della gente a volte mi sembrano fantasmi di un tempo, figli del degrado umano, morale del nuovo millennio…anni in cui il “fast food” ha lasciato il posto ai PC come luogo d’aggregazione, alle solitarie e masturbatorie Chat, dove la “vasca” in galleria ormai è appannaggio di ricchi giapponesi con le loro fotocamere…dove le ragazzine di 15 anni vanno in giro in un modo che 25 anni fa sarebbero state prese per l’orecchio dal “ghisa” (vigile urbano) e riportate a casa o i questura…Un decenni odove i giovani d’oggi per me sono degli alieni o degli alienati…e quando li sento parlare ripenso con nostalgia ai discorsi su “Tony headley o simon Le bon”….tutti coi loro cazzi di Telefonini in mano, gli ipod…..e la mancanza di identificazione…almeno noi l’avevamo giusta o sbagliata che fosse, morale o immorale che fosse…Nessuno oggi ha più parametri e questo credo sia uno dei maggiori drammi…non esiste più quell’innocenza di una volta…ricordo ancora quando nelle discoteche finì la moda di mettere a fine serata i “lenti”… e devo tornare indietro di 20 anni come minimo… Mi dispiace per chi oggi ha 14\18 anni…non saprà mai cosa si è perso….
Saluti
Davvero un grande intervento!Per qlc attimo mi sono immerso nuovamente in quei fantastici anni,in quella musica,in quei colori della nostra adolescenza.E,col rimpianto per il tempo che passa inesorabile,la consapevolezza di aver vissuto un periodo davvero mitico.
di gomez1360 il 27 Febbraio 2008 alle 14:23tesoro i paninari non hanno prodotto niente perchè niente volevano produrre, non si facevano seghe mentali, il mondo non lo volevano cambiare perchè gli piaceva così com’era,erano felici e solari, contenti di essere stati messi al mondo.Ci tenevano ad essere sempre vestiti bene, puliti e profumati,non si picchiavano ed erano pacifici.Volevano forse distinguersi da quella marmaglia esangue degli infelici dark e dai puzzoni poco avvezzi all’acqua e sapone dei metallari
di Simona il 7 Marzo 2008 alle 15:04E’ forse un male essere adolescente felice o c’è una regola non scritta che a 15 anni devi essere per forza depresso?
ho 36 anni sono un ex paninara cresciuta in piazza s.babila, sono veterinaria sposata ad un ex paninaro di professione pediatra.(come vedi non siamo decerebrati)Abbiamo 2 figli, non ci interessa accumulare soldi, ma fare bene il nostro lavoro per aiutare chi ha bisogno.Non metto piu le toppe della Naj oleari sui jeans ma sono rimasta la ragazza solare di un tempo.e’ un delitto?Se tornassi indietro rifarei esattamente tutto.Formidabili quegli anni!
Bellissimo sentire la voce e i pensieri di uno dei primi, di quelli che sanno che vuol dire paninaro
di Max il 16 Marzo 2008 alle 21:21belli gli anni 80′
di nic il 27 Maggio 2008 alle 21:35ho 39 anni e forse ho un po nostalgia leggendo queste vostre e ho avuto tanto dagli anni che furono la mia adolescenza , devo dire che sono figlio di meridionali e della periferia bene di Milano, non andavo a picchiare nessuno come qualcuno ha scritto , giustamente non si pensava alla politica anche se devo dire che una volta siamo andati a mangiare ad una festa del psi e mi ricordo che c’era pillitteri che andando in giro pwe tavoli (dove c’era di tutto di +) chiedeve per chi votavamo a milano ma non me ne fotteva un cazzo ero minorenne sono andato in scuole pubbliche e mio padre aveva un negozio di articoli sportivi in porta venezia a milano e stavamo bene molto bene, io i moncler li vendevo e tante altre cose che indossavano i paninari io compreso vi dirò di + mi sono rotto il cazzo di scrivere e me ne vado a letto addio a ttti
Ringrazio Nic per il commento, che oltre a essere una testimonianza interessante pare scritto da Aldo Nove.
di Il Corrispondente dal Contado il 27 Maggio 2008 alle 22:10scusa e scusate
di nic il 28 Maggio 2008 alle 20:30se sono stato volgare nominando per due volte il membro maschile ma ultimamente si è aggiunto alla squadra un romano de Roma visto l’accostamento ad Aldo 9… un simpaticone e alcune volte mi rendo conto o me lo fanno notare che ho delle inflessioni romanesche , mi sa che anche grammaticalmente parlando non sono il massimo in italiano avevo 5 oh non mi entrava in testa…senza nulla togliere alle inflessioni…:))
cmq
insieme alla nascita dei paninari nasce la consapevolezza della svolta politica … a chi devo appartenere… e a metà degli anni ottanta il fascismo ritorna a ricalcare i giovani idioti me compreso , chi stava bene non poteva essere comunista e non lo dico io … cmq quello che voglio dire è che la politica centrava eccome ragazzi, siamo stati lo strumento per far arricchire il paese che negli anni citati il consumismo era di rigore e voglio vedere se i veri paninari hanno conservato il loro abbigliamento magari per andare a qualche ricorrenza nostalgica… io ho buttato via tutto perche fuori moda vittima del consumismo non io la moda… ultimamente (da circa 5-6 anni) mi è ritornato il trip di avere indumenti firmati anche se devo dire che non posso + permettermi di spendere molto come quando nel 1985/86 comprai lo schott in corso buenos aires 620.000 lire … mi ricordo in compagnia mi dicevano sei un gallo e le tipe mi mandavano a dire che ….. ci siamo capiti o no… bella vita…
Braschi scusa ma mi stavi proprio sul cazzo e mi sa che qualquno glielo ha fatto notare. in quanto ai pet shop boys hanno avuto un declino ascendente dopo la canzone paninaro ohohoh…
Vasco lo ascoltavo a 11/12 anni fino ad oggi…
guardavo DJ television e chi andava a vedere jovanotti al rolling per me era un emereito cog…. ci siamo capiti va… mi fermo qui un salutone a tutti
Sono capitato in questa pagina per caso…l’ho letta tutta d’un fiato…a causa di una indicizzazione o meglio magia di google. Sono tornato indietro di tanti anni, tanta nostalgia. Anche io tornando rifarei tutto. Complimenti a Brizio ed Azure…ammiro le persone che sanno argomentare con chiarezza le loro idee o semplicemente spiegare e trasmettere agli altri i propri ricordi. La dimostrazione che anche da adulti i paninari rimangono superficiali, come asserisce qualcuno, personalmente non la vedo… Oggi sono contento di quello che sono stato, dei ricordi delle feste paninare dei primi baciotti dati alle tipe…
di Actarus_74 il 1 Agosto 2008 alle 17:39Non siamo soli…
leggendo questa pagina mi sono venute le lacrime agli occhi ripensando a quegli anni fantastici io sono del 71
di un paninaro di pagani il 26 Novembre 2008 alle 22:17