I giorni mascherati: l’infortunio del Messico.
in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."
[Questa è una cronaca in diretta da Città del Messico, dal pernio dell'epidemia "umana" che qualcuno (ovviamente è stato un ministro italiano) vorrebbe chiamare, dimostrando una volgarità sovraumana, "messicana". Questa cronaca, che non si contraddistingue certo per il tono cinico e sarcastico dei quotidiani post slipperypondiani, è un tentativo di ricusare le colpe che potrebbero essere attribuite al Messico e alla sua popolazione, che se una colpa ce l'hanno, è forse quella di aver dato corda a Cortés circa 500 anni fa. Infine, questa cronaca è l'estratto di un lungo articolo sulla messicanità e l'epidemia che spero presto verrà presto pubblicato in Italia. Buona lettura, con o senza mascherina.]
Si potrebbe dire che una delle condizioni principali che plasmano l’essere messicano sia quella della sfortuna, el infortunio a cui ha accennato molti anni fa il filosofo Antonio Caso. Sfortuna contro la quale il messicano si ingegna per poterla di volta in volta affrontare, superare, e dal cui callo pare derivare una certa sua capacità sincretica, una capacità di adattare il ricavato delle diverse culture moderne e arcaiche, dalla tragedia alla commedia, in una sintesi produttiva, combinatoria e a tratti kitsch – si veda il rapporto “festoso” e tragicomico del messicano con la Morte.
Analizzando i vertiginosi eventi di questi giorni, che hanno consumato il weekend passato contrappuntato dal bel tempo e un inizio settimana nella paranoia collettiva - ma anche, a mio avviso, all’insegna di una sufficiente, non eccelsa, prevenzione e organizzazione – non si può pensare che alla malasorte. Lo zelo tremante, i sudori freddi e la desolazione lampante nelle facce dei politici nazionali e locali nelle conferenze stampa che si sono susseguite in televisione e per radio, lo hanno dimostrato: per il messicano, l’imprevedibile, il destino, il “nostro” Ananke o il “loro” Tezcatlipoca, lo Specchio Fumante, il dio della necessità imperscrutabile per gli aztechi, è qualcosa che alimenta e fonda il vivere di tutti i giorni, lo si voglia o meno. Fin dai tempi della Conquista, quando, duole ricordarlo proprio in questi giorni, lo sterminio di milioni di indios si perpetrò nella maggioranza dei casi tramite le malattie influenzali portate dagli spagnoli.
Sottoscriverebbe queste affermazioni il Ministro alla Sanità José Ángel Córdova Villalobos (quello della foto in testa all’articolo, in questi giorni la star assoluta suo malgrado della tv) che in piena conferenza stampa ha dovuto commentare interrompendosi, con un mezzo sorriso agghiacciato, che, mentre si discettava dell’ondata di influenza “nuova” (quello scientifico è il lucasiano A/H1N1), la terra del Distrito Federal stava effettivamente tremando sotto una scossa di 5.8 gradi Richter. La cosa si è risolta senza danni a edifici e persone – questo fa molto pensare agli Abruzzi e fa venire molta rabbia - ma gli animi, dietro i loro tapabocas o cubrebocas turchini, hanno reagito alzando le braccia al cielo, implorando pietà. “Il terremoto proprio no, adesso non ci sta, nel gorgo dell’annunciata pandemia mondiale. Magari un altro giorno, eh.”
Alcuni, chiedendomi in questi giorni notizie sulla Città del Messico, hanno forse immaginato un lazzaretto. La città, questo gigante duro e soleggiato, questa gorgone attraente e respingente, la Venezia di Moctezuma, città di asfalto e polvere, di floride bouganvilles e cielo trasparente malgrado l’inquinamento, è ovviamente semideserta, anche se non ha l’aspetto del lazzaretto. Bisogna ricordare che passando dal massivo - che è la norma in una città di 25 milioni di abitanti – al semideserto uno può sentirsi fortemente stranito, per la diminuzione del traffico caotico e per l’affluenza ridotta di persone. Le quali quotidianamente riempiono e intasano le fermate pittoresche della metropolitana, le taquerias aperte fino a tarda notte, coi trompos di carne sempre calda e le grida acute di chi affila i coltelli e affetta e sminuzza bruciandosi le dita, i ristoranti en plain air con gli scoiattoli che saltellano da ramo a ramo nei giardini finemente tagliati, i mastodontici supermercati in stile statunitense, i mercati aperti per le strade, che qui si chiamo tianguis, come si chiamavano prima della Colonia. Senza dimenticare ovviamente le periferie altamente popolose, che come un’irritazione del paesaggio prefigurano fitti e seriali scenari di miseria che ricordano Gaza nel suo peggiore dei momenti. Bisogna ricordare che la città, sospesa e circondata dagli occhi del mondo nel suo mastodontico per-sentito-dire europeista e nordamericano, nel suo vero e attestabile brulichio di pelli scure ed espressioni che oscillano tra l’amicale e il guardingo, si caratterizza proprio per il contatto umano, per quella patina calda e autentica che ti rimane sulle mani e sulla pelle e che ti ricorda il bombardamento di odori e umori al quale sei stato sottoposto per tutta la giornata, prima di tornare a casa dal lavoro.
Stiamo praticamente chiusi in casa, termometo sempre sotto mano anche se ci va di traverso un chile. Ma molti, ancora, muniti della loro mascherina blu, vanno a lavorare. E questi lavoratori comuni, in compagnia di studenti e dei più giovani, usano i peseros, sgangherati autobus pubblici biancoverdi senza fermate (devi alzare il braccio e sperare che l’autista voglia fermarsi) che svolgono comunque bene, nel loro traghettare infernale e traballante, la funzione di trascinarti in lungo e in largo trai tentacoli e i viali della città. Peseros stracolmi di lavoratori, donne di servizio e ragazzi, così come i vagoni della metropolitana, altro imprescindibile mezzo di trasporto del Distrito Federal, ma anche altro temibile incubatore.
Questa influenza di cui si ignorano le origini (origini non certo messicane) frutto forse di una mutazione di un virus d’influenza porcina, di origine asiatica, minaccia in prima istanza le terre riarse del Messico nella loro contraddizione, nelle loro frustrazioni e speranze, dando adito a complottismi e leggende, spassose e a volte amare: è stato Barack Obama a portare il virus nella sua recentissima visita? Sono stati i cinesi, invidiosi della lordura insuperabile della comida corrida messicana? O è tutta un’invenzione del governo, come la storia del chupacabra, per distoglierci stavolta dalla crisi economica, come pare averla utilizzata a suo tempo il presidente del governo Carlos Salinas de Gortari per nascondere le proprie ruberie? L’atmosfera di complotto del Messico, a dire la verità, non è però il gusto ostentato dei salotti culturali per le teorie del complotto, ma un modus vivendi figlio della figura ambigua della Malinche, la nota amante indio del conquistador spagnolo, la madre di tutti i messicani, al contempo traduttrice, meretrice e traditrice. Il sospetto qui regna sovrano riposando nella notte dei tempi, la Noche Triste.
Parlavamo in precedenza dei sudori freddi del governo. Mi sembra, almeno per quanto riguardo il Distrito Federal, che stiano facendo il possibile, contenendo una popolazione così debordante, così spesso incontrollabile e, direi, irrintracciabile nella sua vastità. L’esercito distribuisce mascherine nei luoghi nevralgici della città, svolgendo in questo Paese per la maggior parte del suo tempo il ruolo di protezione civile – e voglio qui lasciar trasparire un apprezzamento, malgrado il mio pessimo giudizio speculare sulla polizia messicana, per questo ingente impiego veramente umanitario dell’esercito… Li abbiamo incontrati ai caselli autostradali all’entrata della città, davanti agli ospedali, nei parchi pubblici, di fronte al magnifico Palacio de Bellas Artes, nel centro storico che da poco è stato recuperato e ridonato alla vivibilità che gli spettava. Ma ci sono ancora, come era prevedibile, tanti reclami e denunce, per i tanti buchi e falle di un sistema già di per sé tendende al raffazzonato. Non solo per la disponibilità a singhiozzo di mascherine azzurre, ma anche per la questione spinosa dei medicamenti che tutti pretendono e nessuno sa veramente se ne ha bisogno. Generando file davanti ai centri d’attenzione sanitaria. Come, in questi giorni, si sono viste file di persone a fare incetta di scatolame e altri viveri ai supermercati. L’invito a non presentarsi agli ospedali, così come quello, ripetuto, di non farsi prendere dal panico del rifornimento, è raddoppiato, dal momento che gli ospedali, come d’altronde i supermercati, sono i luoghi in cui maggiormente si è a rischio di contagio e non è bene accalcarsi.
Tutto sommato, in una Città dove dichiarare di sospendere le manifestazioni di massa pare una battuta di spirito, le informazion stanno arrivando, seppur ci sia un po’ un delirio di numeri, di morti confermate o meno, di casi incerti, nonché di speculazioni e lacrime posticce di certi cronisti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il livello 5 di allerta, e pare che si stia sfiorando la pandemia mondiale, di cui non è mai bello essere l’origine, anche se non quella ufficiale. Ovvero, la miccia non ufficiale della sfortuna globale.
Speriamo che anche questa volta i messicani sappiano tradurre (e tradire) la Morte imprevista in Festa improvvisa, la tragedia in tragicommedia. Come già aveva mostrato Ejzenštejn nel suo film del 1931, non a caso incompiuto, sul Messico e i suoi scheletri in maschera: ¡Qué viva Mèxico!

Il saggio nella sua integralità – cioè un nudo completo e osceno – uscirà a giorni su Carmilla Online http://www.carmillaonline.com
di This Vicious Cabaret il 3 maggio 2009 alle 23:12Ci aspettiamo quindi che Carmilla Online restituisca il link graziosamente offerto qui sopra.
di Il Puntiglioso Redattore il 4 maggio 2009 alle 08:51Bellissimo pezzo, aspettami che vengo a morire!
di IdQ il 4 maggio 2009 alle 17:40Morire con Santoni, può sponsorizzare Feltrinelli?
di This Vicious Cabaret il 4 maggio 2009 alle 18:55Mi pare più una cosa da Adelphi ^_^
di IdQ il 6 maggio 2009 alle 03:33[...] sul Messico e l’epidemia, apparso in versione ridotta su Slipperypond, è stato ieri pubblicato su Carmilla. Questo post è stato scritto da Alessandro Raveggi e [...]
di Semplicemente, la segnalazione. « Nella Vasca… il 25 maggio 2009 alle 00:03[...] sul Messico e l’epidemia, apparso in versione ridotta su Slipperypond, è stato ieri pubblicato su Carmilla, il webmagazine diretto da Valerio Evangelisti. Ringrazio [...]
di Semplicemente, la segnalazione. « Nella Vasca dei Terribili Piranha il 15 ottobre 2009 alle 12:27Semplicemente, lo spam.
di Il Puntiglioso il 15 ottobre 2009 alle 13:31[...] Una mia cronaca la potete leggere qui. [...]
di L'infortunio del Messico « Nella Vasca dei Terribili Piranha il 20 ottobre 2009 alle 22:39