I giorni mascherati: il calcio messicano?
in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."
Mai avrei pensato che nelle mie cronache messicane vi sarebbe potuto essere spazio per qualcosa che, da snobbistico iettatore alla cene per le finali dei Mondiali, ho sempre tenuto lontano dai miei interessi: il calcio*. Al limite mi sarei soffermato su quella rivincita antesignana dei perdenti che era il juego de la pelota (chi vinceva veniva sacrificato, chi perdeva tirava il fiato e andava a casa sano). Ma il buon emigrante deve faticare per trovare un posto nella società in cui si installa, anche arrischiandosi in luoghi impensabili. Incapace di formulare uno jargon joyceiano supercazzolo come quello del nostro Antonietto, mi avventuro così in una timida recensione attorno a quella che pare, dico pare a proposito, la finale della Liga messicana, o più correttamente la Primera División messicana. Un campionato che, rispettando il barocchismo casinista (il noto relajo) dei messicani, si divide in un Torneo (Comex) di Apertura e in un Torneo (Comex) di Chiusura. In quest’ultimo, almeno per quello che mi è stato permesso di capire, le prime 8 squadre in classifica si confrontano in quarti di finale, semifinale e finalissima. Quella appunto di cui mi appresto a dirvi qualcosa di sensato: Pumas contro Pachuca. Innanzitutto, alla mia domanda “Ma non bastavano i punti come in Italia invece di fare un altro torneo?”, mi sono sentito rispondere “Sì, ma è per portare più gente allo stadio.” Questi messicani sono degli incurabili fanatici degli incontri massivi, c’è poco da aggiungere.
Ma torniamo nel dettaglio della mia esperienza con il futbol mexicano. I Pumas Club Universidad sono una della tre squadre della Ciudad de México, una città tanto grande e saturata da non lasciarsi mancare almeno tre squadre (Pumas, Cruz Azul, El America) che la intasano, come se il traffico non fosse un problema… Bisogna però notare che i Pumas hanno il vantaggio di essere la squadra dell’Università Nacional Autonoma de México, hanno lo stadio dentro il campus universitario – sul quale puoi ammirare murales mitologici che sembrano una brutta copia di un Rivera incompiuto (ma poi ti dicono che è di Rivera…) e tutti, quasi tutti in città, perchè ci sono pur sempre i bastian contrari anche tra 25 milioni di teste, adorano alla follia i loro giocatori, piccoli ma cattivi come la loro mascotte, che sgambettano nelle magliette color oro e blu. C’è da aggiungere un paio di cose: sono un team che, per quanto mi dicono, ha una percentuale di supporter inversamente proporzionale a quella dei successi. Mi è stato confermato, da fonti che preservo dal linciaggio pubblico, che arrivano sempre lì sul punto di concretizzare qualcosa e poi nisba: sono altre, Toluca, Pachuca, Puebla etc. che vincono robe. Un po’ come il Pd. Ma non vi do le statistiche, per quelle c’è Wikipedia.
Voglio anche ricordare la loro porra, cioè uno dei cori di battaglia degli ultrà. Il coro fa così: Goya! Goya! Cachun! cachun! Ra Ra, a ripetizione. Il coro, apparentemente senza senso, é un riferimento al “richiamo” che gli universitari facevano in passato, quando collettivamente decidevano di saltare le lezioni per andare al Cinema Goya. Non c’entra molto con il calcio, ma immaginate un ultrà urlare nei nostri tempi per incitare la Fiorentina: Si va all’Universale! si va all’Universale! Diahane Diahane e capirete perchè questa città mi fa letteralmente impazzire.
Parliamo quindi degli sfidanti: quelli della città di Pachuca invece li chiamano los Tuzos. E qui si aprirebbe una voragine filologica, perchè non si sa bene cosa significhi la parola tuzo. Alcuni dicono che è semplicemente un roditore (dal náhuatl tozan), altri un modo per chiamare quelli che vengono da Pachuca, altri ancora dicono che è un modo di dire “cane”. In ogni caso, sia un topo, uno di Pachuca o un cane, è meglio sorvolare. Sono passato per mezz’ora in macchina da Pachuca, città distribuita a casaccio in una esplanade color ruggine, e vi assicuro che può vantare una vasta produzione di un solo prodotto tipico locale: la polvere.
Andiamo così a vederci la partita, su. Quella di andata, giovedì scorso. Oggi, quando questo testo verrà pubblicato, ci sarà il ritorno, di cui vi anticipo che non vi parlerò, mi rifiuto a priori. Troverete i risultati dove? Eh? Su Wikipedia, la Treccani in tempo reale de noattri. La visione della finalissima si svolge in un pub che si chiama Woko o qualcosa del genere. Un pub irlandese nel quartiere dallo stile fighetto-spagnolo della Condesa, un pub come puoi trovare standardizzato in tutto il mondo, pareti color caramello, birre locali e birre importate, patatine stantie. E’ equipaggiato con due ridicoli schermetti brillanti, dai colori friggenti, su quali, appena arrivati, vediamo distribuirsi valanghe di spot legati alla partita, molti dei quali spudoratamente faziosi in direzione dei Pumas. Alcuni tra i clienti indossano le magliette oro-blu. Grazie a loro ho capito l’universalità del calcio: un italiano e un messicano, nei gesti, nei grugniti e nelle movenze sono completamente differenti, se li vedi per strada. Ma i fan sono identici: mugugnano, seguono la traiettoria della palla con un aaaaargh quando questa fa il pelo al palo (ma è solo un effetto ottico che verrà svelato dal replay, la palla era ben lontana dallo specchio della porta), esultano per un gol evidentemente in fuorigioco, si mettono le mani nei capelli ormai radi… Sì, ho pure notato che la maggior parte dei tifosi incalliti o perdono i capelli o se li tagliano a zero, e questo non è bello, nè in Italia nè in Messico.
La partita inizia. Si svolge nel suddetto Stadio Olimpico Universitario, nella suddetta Università, nella suddetta Città. I puma ospitanti contro i… Vabbè, contro quegli altri lì, della città nella polvere. I giocatori corrono e scivolano tra il frastuono delle tifoserie, incitate da un peculiare bombardamento, un ruggito di puma registrato e sintetico, che pare solo l’epifania di un continuo attentato a danno dei tifosi. Un’amica mi dice che negli anni ’50 quel ruggito lo produceva la mascotte del club, un piccolo puma in carne ed ossa che veniva fatto girare al guinzaglio per gli spalti a ruggire. Sulle teste dei giocatori, oltre a piombare il roboante scoppio felino, c’è una fitta pioggia, di quelle torrenziali, che durano mezz’ora e poi se ne vanno (é la stagione delle pioggie, qui. Cielo splendido al mattino, scrosci la sera, fresco la notte.)
E, oltre alla pioggia, ad ogni azione conclusa, in ogni momento in cui la palla sta ferma, quando qualcuno si esplora le narici, si fa male al polpaccio (o simula), si ferma per un insulto o uno sputo, appaiono sul manto verde ancora spot, ologrammi, segnali, con effetti che a gli occhi dei loro produttori devon sembrare proprio buffi… Mi hanno propinato una macchina che sfreccia sfiorando le linee bianche del campo, una bottiglia di birra che rimbalza giuliva al centro campo, un omino saccente delle assicurazioni che spunta come un morto vivente dal verde, aprendosi un varco digitale. Non capisco allora se le esultanze dei tifosi presenti, i coretti, il Goya! Goya! che esplode al fischio d’inizio, siano dedicati alla partita o alle promozioni speciali.
Non si tratta di promozioni speciali, ma fa da coretto a questa subliminale stimolazione il cameriere. Anche questo meriterebbe una lunga parentesi: mi limito qui a riconoscere l’efficienza a tratti invasiva dei camerieri messicani. Questo perchè la mancia qui se la devono guadagnare proprio, visto che è una buona parte del loro stipendio. Ciò mi va bene, ma l’insistenza ha un limite: non posso trangugiare una birra dopo l’altra, non posso averti tra i piedi ogni dieci minuti, non può soffiarmi sotto il naso il bicchiere quando c’è ancora un po’ di bava spumosa sul fondo. E se mi piacesse? Cioè, non puoi pretendere, cameriere, che tutto ubriaco grazie a te, io poi ti sia solidale e ti lasci una bella mancia: me ne dimentico proprio. E poi sto facendo finta di vedere una partita, qualcuno lassù (o laggiù) si aspetta una mia recensione, sia la prima e l’ultima della mia vita…
La nota positiva, al quadrato in questo caso, che occorre prima che mi annoi radicalmente, mi brucino gli occhi per lo schermo lontano o per i continui spot, e mi dedichi ad uno paradossale cocktail di olive verdi immerse completamente in salsa inglese e impossibili (provateci) da catturare con gli stecchini, è il primo e unico gol fatto dalla squadra per cui ho deciso di tifare per cautela: i Pumas! Segnano i Pumas, dunque! 1-0 contro Pachuca, urlo estenuato del commentatore (qui i commentatori pare che parlano dei cazzi propri mentre fanno il loro lavoro), il noto gooooooooooool etc., e dichiarazione subitanea degli stessi (sic): questo primo gol ha permesso ad un bambino un trapianto di cornea. Sì, ve lo dicevo che era una nota positiva al quadrato: Televisa, catena televisiva che “appoggia” i Pumas e trasmette la partita, tramite la sua Fondazione, ha associato a questo primo gol la promozione di un trapianto gratuito di cornea per un bambino impossibilitato per condizioni familiari ad ottenerla pagando normalmente. Una bella cosa, non c’è altro da aggiungere.
Finisce il primo tempo, mi annoio sulle olive nel loro guazzetto scuro, non ho molti soldi, il cameriere è pedante e continua a voler toglierci dal tavolo i bicchieri ancora mezzi pieni, tanto che non so se lo fa per essere cortese o, a questo punto, il contrario. Prendo la mia ragazza per un braccio e sgattaiolamo sul primo taxi. In testa il risultato, che rimarrà tale fino alla fine, il ruggito sintetico, gli spot sul manto verde, la mano lesta del cameriere. Mi dispiace, non so chi ha segnato, non so chi ha giocato meglio, non so il possesso palla, non so la visibilità del campo, non so la percentuale di verza nel campo, a chi andrà il trapianto di cornea, e non so perchè quelli del Pachuca li chiamano Tuzos. Però qualcosa ho detto del calcio messicano. Qualcosa. O comunque mi ero ripromesso che non avrei mai parlato di questo.

E se finisce 0-0, sui giocatori il peso gravoso di aver lasciato cieco un bimbo innocente.
di IdQ il 31 maggio 2009 alle 14:33Potrebbe esserci anche il virtuoso valore positivo di questa regola contro le partite-catenaccio fatte a tavolino. Comunque, dopo lo schermetto minuscolo del pub, mi sa che mi serve anche a me un bel gol di Fundacion Televisa.
di El Vil Cabaret il 31 maggio 2009 alle 16:20A conferma della mia teoria, gli schiamazzi assolutamente universali dei miei vicini per la partita di ritorno della Finalissima che si sta svolgendo in questi istanti. Pare d’essere in Italia. Immancabile il puzzo di carbonella che viene dal terrazzo. Maledetti, io, italiano immigrato no entiendo bien tu idioma amigo etc., non ho un terrazzo.
di Un Vile Cabaret il 1 giugno 2009 alle 01:53VINCONO I PUMAS! Goya! Goya! Cachun! Cachun! Ra! Ra! (e i capitalini – chilangos, si chiamano – escono fuori per le strade con le macchine a strombazzare con il clacson)
di Un Vile Cabaret il 1 giugno 2009 alle 04:43Los tuzos son unos animales, tipo los prairie dogs (http://en.wikipedia.org/wiki/Prairie_dog) que viven en la región de Pachuca. Viven debajo de la tierra,por lo que también se les relaciona con la actividad minera de los pachuqueños.
Y para actualizar a tus lectores: ¡PUMAS CAMPEÓN!
di Jesica il 1 giugno 2009 alle 04:56Pumas campeon!
di Feroce. il 1 giugno 2009 alle 09:34bravi i pumas bella la solidarietà ma mi preme dire per onor di cronaca che c’è solo la Fiorentina.
di Il Corrispondente dal Contado il 1 giugno 2009 alle 13:00Lo dicevo io che erano dei Pachuquenos vestiti da cane-ratto.
di Un Vile Cabaret il 1 giugno 2009 alle 16:33