Dal «Mazowsze» di Ohiowillie.

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

«Le basse finestre dai vetri sottili ricordano come non ci fosse criminalità ai bei tempi andati, o perlomeno ne sottolineano l’illusione. Il vecchio proprietario di casa fu chimico e biologo e ti domandi in quale misura abbiano potuto le evidenti limitazioni cui era sottoposto limitarne le ricerche [ma non il maestoso incedere accademico, vista la brillante carriera che gli fu concessa.] I libri più sottili…»

 

Defenestrazione.«…stanno infilati dentro certi cassetti assieme ai quaderni ingialliti pieni di appunti incomprensibili, mentre grossi tomi piegano gli scaffali di fronte alla porta generando sinistri concerti notturni, in cartellone da metà anni sessanta, sempre uguali, sempre gli stessi. Lo sviluppo di date piante in dati ecosistemi tropicali, quando tropico era Italia e Francia, oppure come regge quel metallo se inzuppato in quella soluzione puzzolente. Un campo da calcio si stende dal lato opposto della strada per finire contro il grosso palazzo grigio nel quale ha sede il dipartimento di una qualche diavoleria tecnica popolata da individui assai rispettosi della memoria del Professore. Il volto quadrato della moglie nella foto ha qualcosa di familiare, così come i piccoli animaletti di cristallo che si guardano negli occhi sopra al mobile all’ingresso [ed a pensarci bene vi è un evidente controsenso nel rappresentare un soffice gattino in materiale vetroso e tagliente; certo simili controsensi non saranno sfuggiti al Professore, il quale attualmente riposa sotto qualche metro di terra poco distante da qui.]

 

Il secondogenito del Professore, messo al mondo attorno al cinquantacinque, ha avuto il [non raro] privilegio di prendersi una pallottola nella gamba a metà anni ottanta nel buio di un bosco, ma la faccenda è stata risolta in qualche modo e senza conseguenze gravi per la futura professione di impiegato comunale che lo attendeva. Solo per alcuni mesi il Professore è stato trattato con distacco dai colleghi: qualche chiacchiera ma nulla più. [...] E quando sporgo il naso fuori dalla finestra noto che inizia a nevicare; mentre osservo la televisione attendendo un telegiornale -io mi appiglio alle figure. La lingua l’ho lasciata perdere da un po’…- penso a come siano diffusi i programmi che trattano di fate, elfi e magia di vario tipo: fiumi di parole sono stati spesi al riguardo e non torniamo sull’argomento, mi impongo adesso che ne scrivo. Tuttavia è curioso e rifletto su come forse sarei stato più gioioso se avessi scelto di approfondire tematiche caraibiche e per qualche strana ragione ai tetti rossi della città appena visibili dalla finestra qualcuno potesse sostituire nella notte palme e file di lucine colorate; l’enormità di questa scemenza mi riporta alla realtà nel giro di poco tempo, in perfetto sincro con la porta che sbatacchia.

 

[...] Il basilico si dice baselka e ciò rappresenta per me una salutare cucchiaiata di fiducia: idioma assurdo ma non così assurdo. Ho preparato una personalissima versione di pasta definibile in qualche modo mediterranea, per quanto non sia mai stato una cima con siparietti del genere: l’educazione e il profondo rispetto per la forma che aleggia nella casa del Professore da secoli -e più in esteso nella famiglia del Professore, scremando da esso ogni accezione positiva fino a fare rimanere soltanto silenzi e una diffidenza snervante ma sempre assai vendibile socialmente- mi permette di ricevere qualche sorriso da colei che siede davanti al piatto, una smorfia che nasce poco dopo avere buttato giù il primo, poi il secondo boccone. Escluso poi che il tutto ci mette poco a trasfigurare in uno spasmo con un bel paio di occhi sgranati e fissi verso la parete dietro le mie spalle.
-Cosa hai?- domando.
-Niente.
-Parla.
[Nella norma la mia dirimpettaia è bianca, bianchissima. Una creatura trasparente. Trasparente e piuttosto alta, casomai passasse davanti a un lenzuolo si vedrebbero solo i suoi capelli fluttuare a circa un metro e settanta da terra. Esemplare non raro da queste parti, per altro.]
Adesso è viola.
-La pancia- ammette.
-Come, scusa?
-La pancia, se proprio vuoi saperlo.
-In che senso?
-Hai presente una pancia?
-Tu fai sempre le cose come ti pare- dico posando la forchetta.
-Mi sei davvero di aiuto, sai?
-Mancano ancora quattro settimane alla fine del tempo, dannazione. Non puoi mica fare sempre come ti pare.
-Non partorirò oggi, stai calmo.
-E allora?
-Allora stai buono- dice toccandosi il grembo.
-Mi brucia la pancia ma vedrai che è solo pipì.
-Prima regola: tuo figlio non nascerà mai in un luogo simile.
-Accidenti a te.
-Forse non mi hai sentito.
-Ti ho sentito perfettamente.
Premuroso, mi sposto dal suo lato del tavolo. La mia dirimpettaia ha i capelli liscissimi tagliati alla altezza del collo da un ferratissimo coiffeur arrivato oltre-cortina nei dorati anni novanta chiamato Pasquale Caputo o qualcosa di simile. Il taglio del signor Caputo le copre per intero il viso -un po’ come se da quelle parti ci fosse qualcosa da nascondere che in effetti non c’è- sebbene abbia soprattutto il merito di non perdere la piega nonostante i movimenti violenti cui la sottopongo. Andando verso il bagno muoviamo assieme alcuni passi che ricordano una specie di tango o forse una personale versione domestica della mazurka. Il corpo che trascino lungo il breve corridoio trema e sta per esplodere. Colei che maneggio come un sacco di patate ha tutta l’aria di chi stia per sparare in aria una mezza dozzina di neonati assai simili al Professore e -forse- pure a sua moglie nella foto.
La poso sulla tazza.
-Ecco.
-Ecco cosa?
-Come sarebbe a dire “ecco cosa”?
-Ecco, ora fai pipì, no?
-Ma tu mi stai guardando.
-Si tratta di un blocco psicologico che devi abbattere.
-Che vuoi dire? Chi l’ha scritto che dovrò fare pipì per sempre con te davanti?
-Non intendevo dire questo.
-Allora te ne vai?
-Beh, credo di sì.
-Cristo- freme la signorina.
-Stai impazzendo, tesoro?
-Più o meno è quello che sta succedendo.
-Ok, stai calma- dico io. -Troveremo una soluzione.
-Ti chiedo solo di andartene. Non di risolvere la piaga della fame nel mondo.
-Bene. Ho capito la tua posizione. È ragionevole, in fin dei conti.
La mia comprimaria, dal trono sul quale l’ho posta, sorride alla propria abilità diplomatica e continua a tenersi il grembo. Io me ne vado.
[Per la cronaca, solo le sue gote non sono più quelle di un tempo, ma per il resto la gravidanza non le ha aggiunto nemmeno un grammo. Anzi se devo proprio essere onesto, la gravidanza le ha donato una bella faccia tonda alla Heidi che prima non aveva. Una espressione da contadinotta felice con la quale studiare divertita il mondo e l’affascinante stato delle cose.]
-Brava- faccio dal corridoio.
-Brava davvero.
Passa poco e vengo a sapere che dietro al vaso la signorina ha rinvenuto il corpo senza vita di una lucertola, o forse un geco. Sarà passato attraverso la piccola finestra a vetri sempre socchiusa, le dico.
Naturalmente mi viene chiesto se rientra nei miei piani portarmi a Firenze una lucertola morta, l’indomani.
-Lasciala dov’è.
-Gabriele.
-Dimmi.
-Ci sono momenti nei quali non mi considero per niente all’altezza della situazione.
-Ossia?
-Per il bimbo- mi viene spiegato.
-Ma no.
-Gabriele.
-Dimmi.
-Dovrei proprio tornare a messa, un giorno- è la proposta che sento pervenire dal bagno, mentre viene azionato lo sciacquone. In un istante mi torna alla mente un illustre precedente letterario, ma anche qui lasciamo perdere.
-Comunque adesso aiutami ad uscire da questo cesso.
Estratta per le ascelle, la vedo analizzare ancora la lucertola secca. La tiene in pugno e la carezza lungo il dorso. Fa per infilarsi in camera e spenge la luce. -È molto bella- dice, e so che a breve inizierà a piangere per tanta eleganza.»

 

J. W. Ohiowillie.
Mazowsze.
Ed. Appàgo 2009
Euro 7.90
Pagine 116-119


  1. l’atteso ritorno del Feroce alla narrativa.

    di Il Puntiglioso

  2. E’ la disoccupazione.

    di Gab.

  3. Euro 7.90 strizza l’occhio in maniera garbata, non è il volgare 7,99. Per il resto ho solo inteso una gran voglia di maternità.

    di Willie il Peyote

  4. Ancora dal «Mazowsze» qui.

    di Gab.

Scrivi un commento