Il sabato sera dei creativi tra McLuhan, i Joy Division e Joshua Davis.

in "Firenze.co.uk"

Derrick De Kerckhove è stato allievo del grande sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan (quel tizio che Woody Allen estrae da dietro un pannello mentre sta in fila al cinema in Io e Annie) con cui per più di dieci anni ha lavorato in veste di traduttore, assistente e co-editore, tanto da esserne considerato il più autorevole erede intellettuale: la tesi di McLuhan, come tutti sanno, è che ogni portato della tecnologia -dalla ruota all’I-Pod 180 G del nostro Puntiglioso Redattore- deve essere considerato come media e cioè come estensione della corporalità umana. Derrick De Kerckhove è professore al Dipartimento di Francese all’Università di Toronto nonché membro del McLuhan Program in Culture and Technology di Toronto dal 1972 al 1980, di cui naturalmente è l’attuale direttore plenipotenziario. Consulente di molti governi per lo Sviluppo delle Telecomunicazioni, questo strano tizio in visita a Firenze è rappresentante della politica culturale delle comunità francofone nel mondo e perciò è stato insignito dal governo francese con la Palma Accademica. Come prevedibile si occupa con estrema verve delle interazioni tra la tecnologia e il corpo, i media e la cultura, l’arte e la comunicazione, svolgendo studi sperimentali sul rapporto tra cervello umano e nuove tecnologie comunicative. Il suo lavoro su internet e intelligenza connettiva lo ha reso uno dei più autorevoli teorici della comunicazione: io mi perdo il suo show perché non resisto e ordino una seconda birra allo spazio Switch.

Joshua Davis è un web-designer americano con molti tatuaggi, pioniere nell’uso di Macromedia Flash (a sentire lui, un programma in grado di guarire i lebbrosi, se usato correttamente) che nel duemila scrive New Masters Of Flash, un libro che non parla di supereroi ma di nuove frontiere dell’informatica. Il sito web che gestisce ha un nome spassoso: praystation. Fino a stamattina non sapevo nemmeno chi fosse e dunque non vado alla sua conferenza: il Gara -valente barista che ricorda Gianluca Grignani nel volto e negli atteggiamenti- mi offre un vodkaorange ed io lo accetto in nome del gonzogiornalismo: farò sparare le mie ceneri nel cosmo da un razzo. Il mio amico Johnny Deep pagherà la cerimonia.
Nella calca (devo ammettere confortevole: un creativo utero in movimento rassicurante, lo definirebbero i creativi attorno a me. E penso: tra tutta questa gente cosa mai potrebbe accadermi di male? Cosa temo?) la slipperytruppa finisce di nuovo nello Spazio Spadolini, proprio davanti ad una gigantografia di Giorgetto Giugiaro, autore di splendide macchine e camion: su tutti il Pegaso Troner del 1987 con motore 12000 cc/cm3 e 360 HP, nonché la mitica Panda 4X4 Offroader (sospediamo ogni giudizio sulla Lancia Medusa, sempre dell’ottanta. Cercatela su Google e ditemi cosa ne pensate.) Emergendo dalla folla l’Illuminato del Quartiere mi fa notare che il pubblico del Festival della Creatività è lo stesso del Festival dell’Unità e Pitti Immagine Uomo-Donna-Bambino, dunque si tratta di un pubblico del luogo (sempre lo stesso: la Fortezza da Basso) e non dell’evento; una constatazione sociologica degna di McLuhan, un filo triste ma che la dice lunga sul valore analitico di Slipperypond e lo spessore di chi ci scrive, anche se poi di sera beviamo come spugne e fatichiamo a salire le scale. L’aria fuori è fresca ma piacevole.
Voci di corridoio ci raggiungono stracciando l’usuale coltre di omertà che sempre avvolge simili eventi: un robot programmato per risolvere il Cubo di Rubik in tre minuti ha battuto in velocità il Presidente della Regione Toscana Claudio Martini, che presumibilmente ancora sarà lì che gira i lati senza costrutto. Durante l’happy hour di Mondadori non è possibile bere libri di Fabio Volo (battuta di una hostess) dunque migriamo verso altri lidi: allo Stage Gola Gioconda (notevole, da queste parti, l’inventiva nei nomi) c’è Riccardo Pangallo, quel tizio che doppiava i calciatori e non solo negli anni novanta. A metà strada cambiamo idea e ci sediamo su una panca nel bel mezzo di niente: dice che più tardi il dj-set sarà a cura del bassista dei fu Joy Division/New Order. Parlo di qualcosa con qualcuno: come si leggono i fondi di caffè?

Scopro con enorme gioia che la tendenza della moderna (contemporanea?) architettura è svincolarsi dal terreno e confondere il sopra col sotto. Molti ragazzi con la tuta di Super Mario si impegnano per essere il più creativi possibile nella lavorazione del cartone e alcuni realizzano cose non male con forme di drago, uomini, alberi, cazzi: ogni oggetto attorno a noi ribolle di creatività e l’entusiasmo dei creativi è ipnotico. Tutto è creativo sebbene l’impressione -forse proprio a causa di questa mole inimmaginabile di creativi a tutti i costi- sia che di fondo nessuno (o pochissimi) siano veramente creativi e più che altro ci si limiti a seguire un trend creativo che di creativo -proprio perché in qualche modo imposto- ha poco: la Zara dei giovani artisti è senza dubbio affascinante ma forse un pelo falsa? O magari penso così solo perché chiunque attorno a noi ha l’aria di fare parte di un club creativo che mai accetterebbe uno come me? Il creativo ha tutto l’aspetto del nemico anche se nemico non è (possiamo stare tranquilli finché i creativi non cominciano ad organizzare creative rapine in banca o creativi omicidi) e poi alla fine da sempre la creatività è un indice di inserimento sociale non indifferente e dunque giustificabile se contraffatta (sino dall’antichità gli ambienti più fichi sono quelli creativi: dove non si crea solitamente ci si rompe le palle) e per godere totalmente del luogo forse è necessario distaccarsi un po’ dagli stereotipi più radicati negli sputasentenze anticreativi a priori tipo noi: in primis non dobbiamo pensare che colui che si veste secondo i più rigidi dettami omologatori della moda del momento non sia creativo (o, in esteso, un artista di autentico spessore) perché superficiale e sciatto e uguale a chiunque: a morte i luoghi comuni. Altrimenti qui si salvano in pochi. La creatività al Festival della Creatività è un mostro mitologico che divora qualsiasi campo delle attività umane e lo espelle -dopo averlo digerito- in una forma straordinariamente vendibile. L’emblema della cacata non è un caso e le raffigurazioni di cessi sono ovunque: foto, filmati, statue alla Cattelan. A conferma della cosa mentre ce ne andiamo notiamo un tizio che legge una rivista-off stampata in carta ricilata sopra una sedia che ha naturalmente la forma familiare della tazza di un water. La sua testa è sormontata da uno sciacquone. Lui non lo sa ma è quanto di più esplicativo possa esserci dell’intera kermesse, con le sue luci e le sue ombre. Domani la festa finisce.


  1. sono contrario

    di MOSSAD

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