Nessuna indicazione su eventuali interventi alla Coop.

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

«Per Theweleit* il fascista o maschio soldato [soldatischer Mann] non può essere compreso in termini di psicoanalisi freudiana; bisogna piuttosto fare ricorso alla psicanalisi dell’infanzia [Melanie Klein, Margaret Mahler] e della psicosi [Michael Balint e altri] e concetti mutuati da Deleuze e Guattari. Il modello freudiano dell’Es, Io e Super-Io, quindi dell’Edipo, non è applicabile al fascista poiché in realtà il fascista non ha mai effettuato compitamente la separazione dalla madre e non si è mai costruito un Io nel senso freudiano del termine. Il fascista è il “non completamente nato”. Tuttavia non è uno psicopatico; ha effettuato una separazione parziale, è socialmente integrato, parla, scrive, agisce nel mondo spesso efficacemente e purtroppo talvolta prende persino il potere. Per riuscirci si è costruito o fatto costruire -tramite la disciplina, l’addestramento- un Io esteriorizzato che si presenta come una “corazza”, un’”armatura muscolare”. Tale armatura…»

«…trattiene nell’interiorità, a cui il fascista non ha accesso, tutte le sue pulsioni, pulsioni desideranti assolutamente informi poiché incapaci di oggettivazione. Ma questo Io-corazza non è mai perfettamente ermetico, anzi è fragile; resiste solo grazie ad aiuti esterni: la scuola, l’esercito o persino il carcere. Nei momenti di crisi si frantuma e il fascista rischia di essere travolto dalle sue stesse produzioni desideranti incontrollabili, dalle dissoluzioni dei limiti personali. Per sopravvivere esteriorizza ciò che lo minaccia dall’interno, allora tutti i pericoli assumono per lui due forme intimamente connesse: quella del femminile e quella della liquidità, di “tutto ciò che scorre“. Poiché il fascista non può annientare totalmente la donna [ne ha bisogno per riprodursi] la scindi in due figure: l’Infermiera [o Contessa] bianca, ovviamente vergine, che in genere muore o comunque si pietrifica, a meno che il fascista non la sposi, nel qual caso scompare semplicemente dal testo; e l’Infermiera [o Prostituta] rossa, che il fascista, per mantenere il proprio Io uccide, di preferenza massacrandola con il calcio del fucile. Quando alla minaccia del liquido, il fascista può proiettarla sul bolscevismo, nel qual caso ritorna sotto forma di marea rossa contro cui egli erige la diga delle proprie armi e del proprio corpo duro, che può domare per esempio facendo scorrere la folla nel rigido canale della parata nazionalsocialista.»


Jonathan Littell, Il secco e l’umido.
Una breve incursione in territorio fascista.

Einaudi 2008.**

* Klaus Theweleit, Männerphantasien. In italiano titolo e corposo sottotitolo: Fantasie virili. Donne Flussi. Corpi. Storie. La paura dell’eros nell’immaginario fascista. Il Saggiatore, Milano 1997 [per altro, in Italia è stato pubblicato solo il primo volume, con questa esplicativa copertina qui.]
** Ci interrogavamo qualche tempo fa sull’Almanacco americano di Nicola di Baden-Württemberg riguardo la validità di Littell come romanziere. Stesso discorso per il Littell saggista, immagino. 


  1. Molto, molto interessante.

    Così su due piedi citerei quella che una volta era la tautologia preferita dei massmediofili più scafati, e ora è diventato un immancabile topos da conversazione da bar: “se stiamo qui a discuterne da mezz’ora, un valore ce lo deve avere”.

    Nello specifico questo estratto di Littell mi sembra abbastanza consonante con il romanzo: idee magari non assolutamente originali (vedi anche quella del nazionalsocialismo come versione 2.0 del sionismo, esplorata da molti, alcuni in modo serio, altri puramente diffamatorio), ma poste in fiction con un certa incisività.

    A me il libro ha colpito, più che per egli evidenti richiami alle Eumenidi e alla psicanalisi (che comunque non sono in grado di cogliere a pieno) o per le innumerevoli scene assolutamente rivoltanti (palma d’oro ex-aequo all’orgia onanistica nel palazzo abbandonato in Pomerania e alla gang di bambini maniaci al confine tra Germania e Polonia), per come porta l’immedesimazione (di chi scrive e di chi legge) con il discorso culturale nazista ad un livello di complessità che non ricordo in molti altri libri.

    Anche per il fatto che il protagonista è una sorta di filosofo del diritto che opera nelle nerd-satz delle SS, Le benevole è veramente un tour de force che ti fa sentire complice intellettuale di quei crimini prima ancora di raccontarteli in rivoltante dettaglio.

    Cito un saggio significativo sul problema dell’identificazione con il discorso del male che si imita (o si parodizza, anche se Le Benevole è tutt’altro che una parodia): Stefano Brugnolo, La tradizione dell’umorismo nero, Bulzoni, Roma, 1994.

    di Nicola di Bauhaus

  2. I miei dubbi derivano dall’invidia: al confine tra Germania e Polonia non ho trovato nessuna gang bang ad attendermi. Non essendomi mai spinto fino alla Pomerania (costi dei treni eccessivi) ho letto dell’orgia onanistica con il dovuto distacco.

    di Stuart Littell

  3. Caro Stuart, per descrivere i genitari femminili il tuo omonimo usa questa metafora: ““a Gorgon’s head … a motionless Cyclops whose single eye never blinks … If only I could still get hard, I thought, I could use my prick like a stake hardened in the fire, and blind this Polyphemus who made me Nobody. But my cock remained inert, I seemed turned to stone.” E ha anche preso un premio per questa frase.

    Ti farà piacere sapere che ho sempre considerato “topa” un termine più adeguato di “gorgone” per descrivere i genitali femminili.

    di Nicola di Bauhaus

  4. Il termine “topa” per descrivere i genitali femminili ci fa passare in scioltezza da Littell a Leslie Nielsen nella Pallottola Spuntata, opera sulla quale invece non nutro alcun dubbio.

    di G.

  5. Nemmeno io.

    Comunque nel cuore io ho sempre conservato una certa tenerezza per i film in cui il termine “beaver” viene tradotto letteralmente con “castora” o “castorina”.

    di Nicola di Bubu

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