Slippery Festivalbar

in "Slipperypop. La musica."

Una certa parte della Redazione di Slipperypond - quella più spiccatamente dandy, effeminata, e modaiola - attendeva con malcelata trepidazione l’uscita del nuovo album dei Baustelle, Amen. In qualità di rappresentante d’eccezione di quell’enclave incline al pop decadente della Redazione, inclino le sopracciglia al giusto angolo, stringo le labbra alla maniera di Bianconi e mi accingo a scrivere un paio di righe. Non si tratta di una recensione, per carità, quello è un compito che lascio ad altri: si tratta di un lavoro serio per cui è necessario essere poeti immaginifici[1].

Una premessa breve in apertura: leggo con stupore che molti fan della prima ora dei Baustelle non avrebbero preso bene la notizia del passaggio dei tre montepulcianesi a una major. Gelosi del loro culto indie, certi fan avrebbero rimproverato ai tre toscani la scelta come non successe nemmeno ai Sonic Youth o ai Nirvana i primi tempi con la Geffen. Ma che cazzo, capirei fossero stati gli Stars of the Lid, ma un gruppo che ha sempre felicemente sguazzato nel pop non vedo proprio cosa possa perderci a passare alla Warner.

Ma a parte questo.

Amen entra nella grazie di Slipperypond perché contiene una canzone sulla triste vicenda di Vermicino (Alfredo) con riferimento alla P2 che in quanto complottisti appassionati non può che farci piacere. E per giunta c’è anche l’omaggio a Lee Hazlewood, e come si sa Slipperypond ha un debole anche per il country. E il singolo Charlie fa surf è una tripla citazione (Charlie don’t surf: Cattelan, Clash, Apocalypse Now) che fa andare in brodo di giuggiole dei citazionisti incalliti come noi.

Ma al di là di questo va detto che anche stavolta i Baustelle non sbagliano disco: fanno quasi rabbia per come sanno confezionare pezzi pop perfetti, e gli arrangiamenti e la produzione sono al solito eccellenti. Ritenetemi un ingenuo dai gusti deboli incline a femminee mollezze melodiche, ma non voglio più nascondermi: adoro i Baustelle. Sarà che i brani sono orecchiabili, sarà che sono curati, sarà che è bello imparare a memoria pezzi facili da cantare sotto la doccia.

Sarà che sono un sentimentale e un nostalgico, e tradizionalmente i pezzi dei Baustelle sembrano usciti dall’FM degli anni ‘80, un revival colto e un po’ snob, ma al tempo stesso appassionato, del pop della nostra infanzia. Le melodie di Bianconi valgono quelle rese celebri dai Matia Bazar, Giuny Russo, e, con le dovute proporzioni, Piero Piccioni, Bruno Nicolai, Mia Martini. Discutendone con il Puntiglioso, il più talentuoso arrangiatore di Slipperypond, egli mi faceva notare come Il liberismo ha i giorni contati ha un giro simile a Sarà perché ti amo: ed è vero. Sarà dunque perché i Baustelle mi aiutano a perdonare me stesso per i tempi in cui undicenne ascoltavo Masini e Raf. O più semplicemente sarà che ho nostalgia dei miei 10 anni, di Giuny Russo, e dei tempi in cui mi piaceva il Festivalbar - una specie di mio personale revival, patetico quanto Anima Mia ma almeno senza Fabio Fazio. Ma non sarebbe giusto ridurre i Baustelle alla stregua della pubblicità dell’aranciata esagerata Sanpellegrino, o di un vecchio numero di Topolino.

Sarà allora perché hanno l’ambizione e la capacità di cogliere lo spirito dei tempi e ridurlo a quadretti stucchevolmente decadenti, descritti con un linguaggio esasperatamente pop che giustappone stili diversi e familiari a tutti. Non so come, ma Bianconi può cantare frasi come “Il cielo è blu lo dici tu nessuno è blu nessuno più” senza irritarmi.

L’estetica degli anni ‘70, decennio di angoscia ma anche di vitalità, in cui l’Italia continuava a produrre successi internazionali - dal cinema di genere al design industriale. E l’estetica degli anni ‘80, decennio in cui l’Italia si è definitivamente ubriacata di consumismo e di canzonette sempre più facili. E suonano il tutto come gente che ha avuto vent’anni negli anni ‘90, tra tocchi indie pop e dark di seconda mano. E cantano la stanchezza, la mancanza di senso, la disillusione dei nostri tempi. E lo fanno bene.

Quel che rincuora è sapere che in realtà c’è una buona manciata di gruppi che sanno fare dell’eredità melodica una carta in più che renderebbe le loro proposte interessanti anche per un pubblico straniero - uso il condizionale perché il mercato musicale non funziona come vorremmo. Altrimenti vedremmo splendere in classifica il genio pop e colto di gruppi che mischiano melodie nostrane e piglio rock anglosassone, in modi diversi.

Con ironia ed eclettismo, come i fiorentini Amore, di cui qui trovate l’EP Tendaggi del primo semestre, di cui raccomando l’ascolto (diteci poi se Lapo ‘68 non è una hit), così come del più recente long playing (come direbbe Mike Bongiorno) Tarzan contro l’IBM, che vede l’illustre partecipazione del M° Federico Maria Sardelli nel pregevole pezzo di critica sociale Riga gli sportelli. O come i siciliani Maisie, il cui album Morte a 33 giri (del 2006) esibisce quel gusto scazzone e avant-pop a noi tanto caro (tra i titoli: Maria de Filippi (una vergine tra i morti viventi) , Finchè la borsa va lasciala andare).

In maniera graffiante, aspra e disincantata, come il siciliano Humpty Dumpty, che miscela sapientemente il pop puro con dissonanze e deviazioni non facili. Proprio in questi giorni è uscito il suo nuovo cd, interessantissimo, con arrangiamenti meno barocchi rispetto a Amen, ma con altre carte da giocare. Lo trovate gratis qui.

Con eleganza e raffinatezza, come i Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, segnalatisi fin qui con 3 album ottimi (#2 è un capolavoro assoluto, che quando uscì non avrebbe sfigurato nel catalogo delle etichette indie più in voga in Europa): il post rock tanto di moda anni fa riletto in salsa tricolore. Dovrebbero uscire a giorni con un nuovo album. Aspettiamo trepidanti.
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1 Cito ad esempio una recensione presa a caso dalla mia ponderosa collezione di riviste musicali: “[i musicisti in questione] organizzano ventose folate di loops, inconsci labirinti di inceppamenti, tinniti e sfalsamenti, miraggi fonici dalla grana (audio)cinematografica quali opportune vie di fuga dall’oppressione digitale”. Non è chi non veda come io, confinato in campagna e sprovvisto di qualunque droga sintetica, sia impossibilitato a fare qualcosa di simile .


  1. La cosa ganza di “Charlie fa surf” è che sopra al ritornello puoi cantarci quello di “La guerra è finita”. E’ anche una comodità se si vuole. Come direbbe Ziliani: “Pratico”.

    di Il bisbetico dogmatico

  2. A breve mi procurerò il cd ma nel frattempo vorrei sapere due cose.
    1) La canzone dal titolo “Alfredino” è un omaggio al martirio di un innocente, o a quel Giuseppe Genna che ci ha scritto sopra buona parte di Dies Irae?
    2) La dose di maledettismo intrinseca in una persona è in base all’assonanza del proprio cognome con quello del maestro maudit Bianciardi (Bianconi-Bianciardi, in effetti siamo lì)?
    Grazie.

    di L'Elementare Watson.

  3. Una prece.
    http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/lollipop-fiorentina/lollipop-fiorentina/lollipop-fiorentina.html

    di Il Corrispondente dal Contado


  4. 1) -Cosa ha detto, scusi, Eminenza?
    2) -Non ho sentito bene, Eminenza…
    3) -Ma stia zitto, ROMPICOGLIONI!

    Zapatero spiega come va il mondo al Nunzio Vaticano di Spagna.

    di Il Feroce Direttore

  5. Più che da “stia zitto rompicoglioni” quella mi pare una espressione da “tu ti devi chetare che ha’ ‘nteso nacchero?”. Nella quarta foto, censurata, l’arrogante Zapatero dà uno sgozzino (ma piano) al malcapitato.

    di Il Corrispondente dal Contado

  6. Cosa unisce i Baustelle a Benedetto XVI? L’inguaribile verve e l’ottimismo, nonché i frequenti riferimenti all’Inferno.
    Infatti leggo su XL (medio settimanale musicale di Repubblica, sosia del Rolling Stone dalla prima all’ultima pagina) che i montepulcianesi avrebbero concepito Amen come un viaggio all’inferno, ma con “possibilità finale di uscire a rivedere le stelle.”
    Il Papocchio oggi torna sull’argomento (evidentemente anche lui come noi segue l’indie-rock) dicendo che sì, l’Inferno esiste, e non è vuoto come invece sosteneva il suo amico Urs Von Balthasar.
    Conclusione: l’Inferno c’è, è pieno, e come sempre è di gran moda tra i musicisti e i Papi.

    di Tra i Manzoni quello vero (Piero.)

  7. “Satana è all’inferno per te, ed è più moderno di te”

    Baustelle, “Baudelaire”

    di John Milton

  8. Non c’entra niente perchè non hanno niente del gusto italico ma invito la redazione di slipperypond al concerto dei JENNIFER GENTLE al controsenso domenica 10 febbraio alle 22.00. L’ingresso è libero con tessera acsi e per i mondani c’è anche l’aperitivo dalle 19.00 con diggei e viggei set.
    ORganizza Trydog Lab che porterà tra gli altri i sopra citati grandi GATTO CILIEGIA (!!!) sabato 29 marzo, ancora al controsenso. Partecipate numerosi…
    Al corrispondente: se non ci vediamo prima i dvd te li porto lì ;)

    di truro

  9. Su Sentireascoltare si dicono cose simili ma in maniera più complessa e immaginifica.
    http://sentireascoltare.com/CriticaMusicale/Monografie/Baustelle.htm#ame

    di Il Corrispondente dal Contado

  10. ho 48 anni, e al concerto sentivo persone che avrebbero potuto essere miei figli (e preferirei come amanti, ha ha) cantare le canzoni che adoro e che mi rendono felice di non essermene mai fregato niente dell’età. Milano mi sembrava una città bella, anche con l’acustica da 5o mondo del Rolling Stone.

    Baustelle è qualcosa di cui vale la pena essere contemporanei.

    di novioideal

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