Robert Fisk: Lo strano caso della biografia artefatta
in "I beg your pardon..."
Proseguiamo il ciclo delle slippery-traduzioni con un inusuale e godibile pezzo di slippery-journalism di Robert Fisk, all’inseguimento di un imprendibile falsario cairota. Qui il pezzo originale sull’Indipendent online.
Quando Robert Fisk apprese che la sua vita di Saddam Hussein stava vendendo molto bene, rimase scocciato per un particolare: non ne aveva mai scritta una. La sua indagine lo trascinò tra i più tenebrosi angoli del Cairo.
Mi arrivò a Beirut incartato in modo ordinario, una busta marrone contenente un piccolo tascabile patinato in Arabo, accompagnato da un’annotazione di un’amica egiziana. “Robert!” - cominciava - “Lo hai veramente scritto tu?”
In copertina una fotografia di Saddam Hussein sui moli di Baghdad, la metà sinistra della testa a colori, la metà destra in bianco e nero, con addosso una giacca sportiva senza cravatta, con un corano stretto nella mano destra. “Saddam Hussein” - diceva in grandi lettere il frontespizio - “dalla Nascita al Martirio.” E quindi c’era il nome dell’autore, in meravigliosi caratteri tipografici dorati, nell’angolo in alto a destra. “Di Robert Fisk.”
Eccolo lì, 272 pagine in formato tascabile sulla vita e sull’epoca dell’Hitler di Baghdad, vendute con gran successo nella capitale dell’Egitto. “Sospettiamo tutti di un uomo ben noto dalle nostre parti,” - aggiungeva - “si chiama Magdi Chukri.”
Com’è ovvio, notai una o due anomalie in questo libro. Presentava un punto di vista molto edulcorato sulle brutalità di Saddam, non sembrava interessarsi molto dei civili gassati ad Halabja, ed era pieno di quel tipo di prosa fiorita che detesto. “Dopo la bocciatura da parte Americana del rapporto sugli armamenti iracheni alle Nazioni Unite,” - scriveva “Robert Fisk” - “il ritmo dei tamburi da guerra si moltiplicò in una cacofonia..”
Potrei suggerire ai lettori che questo tipo di cliché non suona affatto alla Robert Fisk? Gli unici tamburi da guerra che potevo udire erano quelli del mio stesso sbigottimento. Perché non ho mai scritto questo libro. Non si trattava di un plagio, una pratica frequente al Cairo, ed è per questo che mi assicuro che tutti i miei veri libri siano legalmente pubblicati in Arabo in Libano. No, non era un caso di plagio. Questa era pura falsificazione.
Ed era com’è ovvio il momento per l’Investigatore Privato Fisk di mettersi in caccia per il “Mistero del Falsario del Cairo”. Elementare, mio caro lettore, ed è per questo che mi imbarcai sul volo ME304 delle Middle East Airlines da Beirut verso l’ultima tra le mie preferite delle capitali arabe, la burocratica, congestionata, fallita, meravigliosa, fuori-legge, irredimibile, spettacolare Cairo.
Avevo chiamato una amico giornalista egiziano, Saef Nasrawi, a impersonare il mio dr. Watson e, a pochi metri dall’ingresso del Marriot Gezira Hotel, trovammo il nostro fidato autista, Yasser Hassan. “Assicurati di mettere il nome della mia famiglia sul tuo giornale” - dichiarò. L’ho appena fatto.
Ho sempre sostenuto questa teoria, che un conducente di taxi, soprattutto al Cairo, sarà più disponibile, più cordiale, ed insomma più entusiasta se è al corrente del perché ti trovi sui sedili posteriori della sua macchina.
Così, quando gli ebbi mostrato il sottile tascabile, scattò immediatamente verso quello che tutti speravamo fosse l’ufficio dell’editore, chiaramente stampato a pagina due. “Ibda” era il supposto nome della società e l’operatore telefonico egiziano aveva ricondotto il nome ad un indirizzo nella città vecchia, al n° 953 di Corniche el-Nil.
Ci arenammo nel traffico mattutino del centro città, pareti compatte di taxi bianchi e neri come il nostro; grandi autobus a un solo piano intasati di uomini barbuti in Galabiya; 4×4 con a bordo la malavita cairota di ragazze ingioiellate e giovani uomini con problemi di rasatura - il machismo da basettoni-fino-al-mento è un problema in Medio Oriente così come a Londra.
Al n° 953 c’era un alto palazzo ad appartamenti nel quale Saef e io non potemmo addentrarci senza il permesso di una signora incappucciata di nero, il cui bambino stava giocando tra la polvere della strada. Ascoltò mentre citofonavamo ai piani superiori. Sì, rispose una voce di donna. Potevamo prendere l’ascensore. Sul muro accanto alla cabina, una scritta: “Ibda - la casa della creatività in giornalismo, editoria e distribuzione”. Potevo ben crederci, almeno per la creatività.
Ma l’educata signora col velo all’undicesimo piano era completamente all’oscuro. “Non abbiamo mai pubblicato questo libro” - disse - e chiamò la principale, che si trovava alla Fiera del Libro del Cairo. Questa ci richiamò al cellulare insistendo, in modo convincente - che il Saddam Hussein non era opera sua. Non si limitò a negare ogni legame con il falso, la sua assistente ci rovesciò addosso il peso della sua produzione autentica di volumi di tentativi letterari.
Saef e Yasser discussero la questione. I dettagli sulla pubblicazione all’inizio del libro erano chiaramente falsi. Ma il frontespizio dichiarava che il volume era stato autorizzato alla circolazione dal governo egiziano, in altre parole, era stato licenziato alla vendita dalla censura ufficiale. Così l’Ispettore Privato Fisk decise che una visita al Dar al-Kutb, la “Casa del Libro” ufficiale collegata al Ministero della Cultura, era la nostra prossima mossa. Il falsario, il sedicente Magdi Chukri, era stato sufficientemente subdolo da regolarizzare il suo volume artefatto presso lo scrupolosamente-ligio-alla-legge governo egiziano del Presidente Hosni Mubarak?
“Questo non è ancora abbastanza!” tuonò Yasser, il nostro autista. “Mr Robert, il popolo egiziano penserà che voi avete scritto questo libro. Dovete andare all’ambasciata britannica, dovete andare dal governo egiziano, dovete andare alla polizia, dovete andare dai servizi segreti”. Mi sono già trovato in passato di fronte a questo tipo di opaca cortina di fede. Nonostante ogni evidenza del contrario, gli Egiziani ripongono una fiducia cieca nell’autorità Ottomana.
Agli inglesi non sarebbe importato un accidente di questa falsificazione e agli egiziani ancora meno, sempre ammettendo che “Magdi Chukri” non avesse allungato alcune piastre agli impiegati per registrare un libro di “Robert Fisk”.
Arrivammo al Ministero della Cultura, uno squallido palazzone sovietico ad uffici alla porta accanto del quale trovammo la “Casa del Libro”. Al primo pieno c’era un magazzino, esito a chiamarlo ufficio, di libri, un vasto androne di volumi e manoscritti. Giacevano fino a piedi di altezza su tavoli, fino a metri di altezza su mensole, fino a chilometri di altezza, così sembrava, dal pavimento. Centinaia, no migliaia di libri impilati in file interminabili, dal pavimento al soffitto, polpettoni rosa e narrativa Arabica e trattati di giurisprudenza islamica e testi di fisica. Due signore col velo e due uomini con la barba sedevano ad un tavolo in mezzo a questa selva di letteratura, uno di loro, accade sempre un miracolo al Cairo, di fronte ad un lercio personal computer giallino.
Chiesi se il mio volume preferito fosse stato autorizzato alla vendita dal governo egiziano. “Di Robert Fisk?” mi chiese l’uomo.
“Proprio quello!” esclamai.
“Sì, è stato registrato qui da noi il 30 Maggio 2007″.
“C’è il nome dell’uomo che ne ha richiesto la registrazione?”
“No, solo un indirizzo. 13 Hassan Ramadan Street a Dokki”.
In pochi secondi l’Ispettore Privato Fisk scendeva a balzi le scale con il fedele Dr Saef Watson alle calcagna. “A Dokki!” ordinammo al deliziato Yasser. Eravamo ora con certezza sulle tracce ancora calde del Falsario del Cairo. Finalmente una possibilità di affrontare Mr Magdi.
Il problema, come realizzammo tutti e tre, è che Magdi Chukri è frequente al Cairo come John Smith in Inghilterra.
Devono esserci centinaia di migliaia di Magdi Chukri in Egitto - uno di questi è il precedente ministro degli esteri Egiziano, un uomo di grande integrità che non falsificherebbe mai un libro - ed è probabilmente per questo che lo scrittore scelse quel nome.
Svoltammo a sinistra in un mefitico vicolo, Hassan Ramadan Street, e ci fermammo al numero 13. Era una moschea sotterranea. Non solo era sotterranea ma, quando Saef e io cercammo di entrare nell’edificio, le prefiche in lacrime di un funerale risalirono dal sottoscala.
Un disponibile portinaio, tutti i palazzi egiziani possiedono un portiere, venne ad ostinarsi che nessun autore viveva nell’instabile edificio di mattoni dietro la moschea. “Conosco tutta questa gente” - disse, indicando le file di panni bagnati stesi - “Questi sono i Wassiss, là ci sono i Salmans..”
In quel momento un’anziana signora con occhiali da sole, vestita elegantemente di un completo da ufficio bianco e nero, spuntò dalle scale. No, disse a Saef, non c’erano scrittori lì. “Ma viveva qui una volta quel simpatico Mr Magdi Chukri”.
“Magdi Chukri?!”
“Sì, ma se n’è andato un anno fa [prima di registrare il falso indirizzo col governo, elaborò la mente calcolatrice dell'Ispettore Privato Fisk] e ora lavora al punto vendita delle librerie Mgboulli dietro l’angolo”.
Mai Holmes e Watson si mossero così in fretta. Saef, Yasser e io strombazzammo e strillammo contromano lungo Hassan Ramadan Street, portatori di asini ci scrutavano con odio mentre li spingevamo fuori strada a colpi di clacson. Solo una cosa contava. Numero 45 Al-Batal Ahmed Abdul-Aziz Street, la libreria Mgboulli del posto.
Ed eccola lì, la vetrina ingolfata di tascabili, la “G” e la “U” di Mgboulli caduta da tempo sull’impiantito.
C’era un Egiziano magro con una sigaretta, in una giacca da camera con risvolti neri di velluto, a bloccare l’ingresso. “Vorrei acquistare un libro” - dissi gentilmente, mentre il sorriso mellifluo, temo, di un poliziotto in borghese si allargava sulla mia faccia.
C’erano due uomini tozzi, taurini, all’interno, commessi di un tipo mai visto prima. Chiesi di un ben noto volume sulla vita di Saddam Hussein.
“Di Robert Fisk?” mi chiesero.
“Esatto, proprio quello!”.
Seguii uno dei due armadi al piano di sopra, nella sezione “vita di Saddam Hussein”. A quel punto, sfrecciò indietro giù per le scale e recuperò il libro da una pila nascosta dietro la cassa. “Trenta sterline egiziane” disse. Pagai. Sì, pagai l’equivalente di 4 euro per un libro col mio nome sopra, che non ho mai scritto.
L’uomo in giacca gialla - si presentò come “Mahmoud” - mi chiese perché volessi quel particolare volume. “Perché c’è il mio nome sulla copertina” risposi, ” e questo è il mio biglietto da visita. Non ho mai scritto questo libro.”
“Mahmoud” e i due armadi scoppiarono in fragorose risate. Come Saef. Così io stesso. Fu un momento esilarante. Conosceva “Mahmoud” “Magdi Chukri”?
“Sì, è un mio buon amico. Ma ci ha lasciati qualche tempo fa e ora vive nella 6th October City. Ecco il suo numero. Lo chiamai. Fuori servizio. C’era un altro numero. Rispose una donna, si rifiutò di dire il suo nome ed indirizzo, e riattaccò. “Mahmoud” si strinse nelle spalle.
“Quante copie del libro avete vendute” chiesi.
“Mahmoud” gettò via la sigaretta. “Almeno 100 finora”.
“Così mi dovete 300 sterline egiziane!” me la stavo godendo.
“Ma no, Mr Robert, non le dobbiamo nulla” - rispose “Mahmoud” con un sorrisetto. “Non mi ha appena assicurato di non aver scritto lei il libro? Come possiamo pagarla per un libro che non ha scritto?”.
Perché mi piacque così tanto “Mahmoud”? Perché adorai quel momento?
Era possibile scovare Mr Chukri nella 6th October City? Potevamo forse stanarlo strada per strada?
Saef si sporse da sopra la mia spalla. “Mr Robert, circa nove milioni di persone vivono nella 6th October City”
Messaggio ricevuto. Agguantando la mia seconda copia della biografia di Saddam Hussein di “Robert Fisk” - Yasser fu deliziato di riceverla in regalo - lasciai la Mgboulli e tornai al Marriot. Quella sera, sedetti sulla terrazza dell’albergo e guardai oltre i minareti incrostati di fumo e la corrente scura del Nilo, verso le luci splendenti della 6th October City.
Laggiù da qualche parte nell’oscurità, “Magdi Chukri” deve essere al lavoro su un nuovo romanzo storico.
Quale sarebbe stato il suo titolo, mi chiedevo? E il nome di quale autore impreziosirà la copertina in lettere doro?
Link al pezzo originale sull’Indipendent online.

Copio e incollo dal sito (sempre lui) dell’Indipendent: si parla di figure pubbliche che nascondono un passato torbido nel mondo del rock ‘n roll o -in eseso- della musica. Dopo lo chef Jamie Olivier e il comico Ricky Gervais, ecco che appare lui.
di Il Feroce. il 6 Febbraio 2008 alle 10:42—
Silvio Berlusconi: Politician.
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The Italian media magnate and former prime minister paid his way through university by singing and playing the piano on cruise ships. He has been known throughout his colourful political career for his habit of breaking into song unexpectedly.
While he was Prime Minister Mr. Berlusconi found time to write seven love songs, recorded by the guitarist Mariana (Mariano, N.d.T.) Apicella, which sold 45.000 copies on CD.
His lyrics included: “With my heart in my mouth/Because your love is everything to me/I know you may make me suffer/But I will never let you go/Even if I have to fight/I will love you until the end.”
Robert Fisk, il classico scrittore egiziano.

di Il Gatto sul tetto che ascolta (tutto come fosse la prima volta.) il 7 Febbraio 2008 alle 21:39—
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Non so come mai però mi viene in mente l’assistente di Indiana Jones al Cairo, quello che si perdeva pure nel suo stesso museo.