Perché fare l’avvocato è meglio che scrivere racconti.
in "Sala Lettura."
Ebbene scopro oggi che l’ultimo libro di Faletti è una raccolta di racconti. Tale colpevole ritardo sulla tabella di marcia del perfetto letterato deriva dal fatto che fino a oggi non ho letto neanche una riga scritta da Faletti, e i motivi sono due. Il primo è perché sono uno snob orrendo che non compra libri con copertine così brutte; il secondo è perché la paura che in me venga offuscato il ricordo di Vito Catozzo a tratti si fa insostenibile. Alcuni tizi che conosco hanno incontrato Faletti ad una fiera del libro (dicono, luoghi popolati per lo più da gente con un’innata propensione per chiacchierare solo dei cazzi propri) e mi hanno riferito che trattasi di un uomo ferocissimo nonché piuttosto volgare. Non so, forse i tizi che conosco sono soltanto gelosi delle fortune di Faletti come autore di narrativa, o pieni di rancore per la sua scelta di abbandonare così presto lo slogan “porco mondo che c’ho sotto i piedi.” Ad ogni modo oggi il punto è un altro, ossia…
…la riflessione di Faletti (sull’odierno Corriere on-line) riguardo ai racconti, genere bistrattato da sempre dalle case editrici. La motivazione di un rapporto così burrascoso è che i racconti non vendono, dicono gli editori, o almeno i racconti di qualcuno che non sia Salinger, Grass, Pynchon o -appunto- Giorgio Faletti. Che spiega: “Dunque il racconto, come definirlo? È una storia che non ha il respiro per diventare un romanzo, che si conclude in un numero di pagine più stretto. Dal punto di vista di vista di chi lo scrive, poi, ha un grande vantaggio: lo puoi mollare un po’ e riprendere quando ti pare, rimetterci le mani, vedere quello che non funziona e tagliarlo.” Tutti sport nobilissimi, chi lo nega, però inutili perché gli editori non pubblicano quasi mai i racconti (beninteso, escluso i tuoi, Giorgio.) Non c’è mercato per i racconti, è la giustificazione standard degli editori, che di solito nelle lettere di rifiuto -quando ci sono- aggiungono anche prese per il culo tipo: “ma prosegua a scrivere e ci tenga al corrente delle sue prossime produzioni.” Una posizione probabilmente figlia dell’idea che il racconto non sia altro che il luogo dove vanno a sbattere coloro che per la prima volta si avvicinano alla narrativa -leggi: i neofiti buoni a nulla- o i pensionati del romanzo, individui che già hanno sparato tutte le loro cartucce nei settant’anni precedenti. Stessa sorte tocca ai saggi sui nativi americani, con nostro immenso dispiacere: l’unico che riesce a pubblicare libri su Toro Seduto è infatti Enzo Braschi. Lo strettissimo rapporto tra le case editrici e gli ex protagonisti del Drive In è proprio affascinante.

La cosa interessante e’ che i libri di faletti sono scritti nell’italiano di Catozzo. Thriller molto ben riusciti.
di Il Corrispondente dal Contado il 28 Maggio 2008 alle 12:39So che il Tenerone ha in cantiere un saggio sul futuro della sinistra in Italia.
di Ohio. il 28 Maggio 2008 alle 13:11merlini raveggi santoni……….
di Stibotantalite Wanda il 28 Maggio 2008 alle 18:35La cosa fondamentale da chiarire è che - prendendo per esempio il primo libro di Faletti “Io uccido” - l’assassino è il DJ.
di Don Prepuzio il 29 Maggio 2008 alle 07:56Ma i super nani della copertina hanno per caso a che fare con l’immaginario dei film a luci rosse cosiddetti “low-budget”?
di supernano il 29 Maggio 2008 alle 10:17PIPPO PIPPO PIPPO!
di Giampiero (NOW... AT POLIMODA!) il 29 Maggio 2008 alle 15:50