«Se hai avuto un’educazione da anormale, vedi almeno di usarla.»

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

«Si tratta di tutti quanti. Tutto ciò che la gente fa è così…non so: non sbagliato, no. Neppure stupido, e nemmeno meschino. Solo così insignificante, così minuscolo, così deprimente.- [...] Tacque. Scrollò il capo per un istante e per una frazione di secondo si tastò la fronte con una mano. Era sbiancata. -Mi sento così strana- disse. -Forse sto diventando matta. Forse lo sono già [...]- disse Franny. -Sono stufa di tutti questi ego, ego, ego. Del mio e di quello di tutti gli altri. Sono stufa delle gente che vuole arrivare da qualche parte, fare qualcosa di notevole, essere tipi interessanti. È disgustoso. È disgustoso è basta.-»

***

«Franny respirò adagio, continuando a tenere l’orecchio sul ricevitore. Il segnale di libero, naturalmente, seguì la fine della comunicazione. E Franny parve considerarlo bellissimo da ascoltare, quesi fosse il miglior surrogato possibile al silenzio primevo. Ma pareva anche sapesse, ora, quando smettere di ascoltarlo, come se tutta la piccola o grande saggezza del mondo fosse improvvisamente sua. E quando agganciò il microfono sembrò anche sapere cosa avrebbe fatto dopo. [...] Per alcuni minuti, prima di cadere in un sonno profondo e senza sogni, rimase distesa, tranquilla, sorridendo al soffitto.»



A domanda rispondo.

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

Cara Monia [terzo commento al post precedente],

in quanto abbonata meriti onestà da parte mia: nonostante i rapporti tra il sottoscritto e Luca Barbareschi non siano così idilliaci come certa stampa vorrebbe dare ad intendere [a breve tutto ti sarà più chiaro] realmente non posso fare fuoco sui presunti furti del fascinoso uomo politico liberale ai danni di Spinoza, e questo poiché non ho seguito per niente la cosa [così come la polemica tutta interna al Corriere Fiorentino tra Ametrano e Semmola sull'utilità delle librerie-caffè: pardòn. Ero a sparare al disco nel mio Jardin de Poulain.] Tuttavia colgo l’occasione per confessarti quanto segue: ebbi l’onore di stare un mesetto spalla-a-spalla con Barbareschi nella estate del duemilacinque. Ci trovavamo a Roma e lui era l’étoile di una ficition chiamata [ma potrei sbagliarmi] «Giorni da leone due.» Io stavo lì assieme ad alcuni amici/colleghi in veste di parìa per l’ufficio-stampa con l’unico compito di riassumere plot e avanzamento dei lavori dell’opera a favore delle disinteressate testate locali [nonostante mi fu concesso anche l'onore di una comparsata: casomai ti capitasse l'occasione di vedere «Giorni da leone due», sono il giovanotto che dà i soldi al mendicante nella struggente scena alla Coop.] E insomma in quel periodo di stretta convivenza Luca Barbareschi mi è parso un tizio decisamente senza il dono della battuta pronta; assai portato per gli aneddoti [la gran parte dei quali irripetibili in questa sede, specie quello della barca e del nano] e con scarsa propensione alla satira tagliente. Sono dunque piuttosto propenso a credere che abbia fregato materiale a Spinoza convinto di gabbare tutti, e sia stato poi sputtanato. Però più in là di questo non posso davvero andare e chideo scusa se passo da freddo equilibrista.

Saluti.

Gabriele.

Sulla slush-pile.

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

Limitandomi alla mia esperienza bazzicatoria in casa editrice, la slush-pile* esiste ancora, gode di ottima salute e non potrebbe essere altrimenti**: magari è vero che nella norma si valuta soltanto o sempre più i manoscritti suggeriti, segnalati e sponsorizzati da conoscenti [non necessariamente agenti letterari, per altro] o tizi attivi e riconosciuti su internet, tuttavia è inevitabile che si formi una simile catasta da qualche parte in ufficio se persino una piccola casa editrice riceve in media due manoscritti la settimana, più o meno una dozzina al mese, e l’orribile cifra di duecento l’anno: hai voglia a sconsigliare l’invio e segnalare l’andazzo a chi di dovere. Pacchi spediti da tizi impermeabili a tutto arriveranno sempre, formando collinette che, se ben sponsorizzate, certo potrebbero far riflettere anche i più esagitati sull’idea di provare a dare visibilità al capolavoro che covano da anni nel portatile e che adesso sì merita giusta visibilità. Epperò è anche vero che in un lustro di collaborazione con una libreria ho potuto ascoltare -senza esagerare- almeno mille presentazioni di autori al netto dei gusti francamente impresentabili, gente che deduco sia franata giù da una slush-pile più o meno per caso e non a seguito del consiglio di qualcuno, che altrimenti meriterebbe la forca piuttosto del contratto a tempo indeterminato.

* Citando la Lipperini [Repubblica di oggi, pag. 41] il “cumulo di manoscritti non sollecitati e inviati direttamente dall’autore o da un agente sconosciuto all’editore.”

** In relazione al presunto decesso della slush-pile ventilato da illustri testate come il WSJ e precedentemente analizzato anche dall’ Almanacco americano.

Slipperypond su Twitter

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

per seguirci: @slipperypond

Nessuna indicazione su eventuali interventi alla Coop.

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

«Per Theweleit* il fascista o maschio soldato [soldatischer Mann] non può essere compreso in termini di psicoanalisi freudiana; bisogna piuttosto fare ricorso alla psicanalisi dell’infanzia [Melanie Klein, Margaret Mahler] e della psicosi [Michael Balint e altri] e concetti mutuati da Deleuze e Guattari. Il modello freudiano dell’Es, Io e Super-Io, quindi dell’Edipo, non è applicabile al fascista poiché in realtà il fascista non ha mai effettuato compitamente la separazione dalla madre e non si è mai costruito un Io nel senso freudiano del termine. Il fascista è il “non completamente nato”. Tuttavia non è uno psicopatico; ha effettuato una separazione parziale, è socialmente integrato, parla, scrive, agisce nel mondo spesso efficacemente e purtroppo talvolta prende persino il potere. Per riuscirci si è costruito o fatto costruire -tramite la disciplina, l’addestramento- un Io esteriorizzato che si presenta come una “corazza”, un’”armatura muscolare”. Tale armatura…»

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«Noi siamo quella razza che al cinema s’intasa.» Parte prima.

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

Snellinberg esce, l’Italia risponde.

Slipperymovies. Parte diciannovesima.

in "Slipperymovies"

Ultimo Django a Parigi.

Ultimo Django a Parigi, di Bruno Corbucci e Bernardo Bertolucci, con Franco Nero e Maria Schneider. ITA, col., 1972.

Un reduce della guerra di secessione, rimasto vedovo della moglie suicida, si aggira per Parigi trascinandosi dietro una cassa da morto. L’incontro con Jeanne, una giovanissima ragazza borghese e il loro fulmineo rapporto sessuale cambierà la vita di entrambi. Ma l’uomo sembra imprigionato in una sorta di ossessione erotica, che solo in un primo tempo è condivisa dalla giovane. Quando l’interesse della ragazza per quel rapporto senza futuro con Django scemerà, gli farà spappolare le mani passandoci sopra con dei cavalli. Pur gravemente menomato, Django deciderà di affrontare Jeanne una volta per tutte: il confronto finale sarà nel cimitero di Montmartre, sulla tomba della moglie.

Scherza coi fanti.

in "L'Originale Miscellanea di Slipperypond."

Probabilmente sarà una cacata.
Fortuna che [a quanto pare] non hanno avuto i diritti per la musichina.